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Archie Shepp (Conservatorio, Sala Verdi / JazzMi, Milano, 9 novembre 2019)

Bisogna proprio sperare che una manifestazione come JazzMi possa radicarsi sempre più, vista la capacità di presentare un cartellone ampio, variegato e perfettamente in equilibrio fra classico e moderno. E uno dei grandi “colpi” del festival edizione 2019 è senz’altro stato Archie Shepp, che dall’alto delle sue 82 primavere ha graziato le mura della splendida Sala Verdi del Conservatorio di Milano, dove con l’inestimabile sassofono e la profonda, asciutta voce black ha guidato i suoi comprimari – Carl Henri Morisset (pianoforte), Matyas Szandai (basso) e il fidatissimo e co-star della performance Steve McCraven (batteria), quest’ultimo protagonista pure di un impagabile numero di body drumming – in quello che più che un semplice concerto è parso un vero e proprio happening di grande musica afro-americana (termine cui Shepp tiene moltissimo).

Leggenda vivente” è una definizione che spesso si spreca, ma con Shepp di sprecato non vi è proprio nulla: artista che ha onorato il miglior (free) jazz americano accanto a suoi vecchi amici quali John Coltrane e Cecil Taylor, per poi lasciarsi andare ad altre varianti della musica nera che arriva dritta dal blues; e che, d’altra parte, ha usato il suo ruolo di persona nota per intenti dichiaratamente politici, come si usava all’epoca dei “diritti civili”, quando Martin Luther King e Malcolm X dettavano la linea e gente come lui, Nina Simone, James Brown, Richard Pryor o Aretha Franklin non si sottraeva a nulla, da buoni brothers and sisters. Esploso (letteralmente) negli anni 60 come musicista massimalista e anche molesto con le veementi frequenze del free, Shepp è un tizio che ha sempre avuto una linea intransigente, quella del temuto sovversivo, addirittura pedagogo nel nome di un’eventuale società alternativa, non solo bandleader ma pure commediografo e altro, oggi rilassato e very cool superstite che sa di aver provato tutto per migliorare se stesso e il mondo. Ecco perché “leggenda vivente” non è definizione sproporzionata per Archie Shepp.

Il ruggito del leone via sax è ancora immacolato – ruvido ma vellutato, profondo e cristallino, capace di citare anche il repertorio di Thelonious Monk e di Duke Ellington con grande scioltezza, quella di chi a quella musica glidàdeltu. La Sala Verdi è stata accontentata con una prova maiuscola, a cui il passare del tempo non pare proprio pagare pegno. 1 ora e ½ di concerto con varietà musicale davvero encomiabile, dove aperture a dir poco taglienti si alternano a tratti di fine pittore in 7 note, fino a sfiorare spesso l’r&b; per non parlare della grande telepatia con la band, dove impareggiabili botta e risposta si rincorrono entusiasmando non poco: tipo quando incantati ci si perde a scrutare le piume aperte della coda di un pavone, fra arabeschi e tratti caleidoscopici.

Detto in breve: se avete vissuto nel mito di Blasé (1969) o di Attica Blues (1972), è cosa buona e giusta far sapere al mondo che la musica di Archie Shepp è qui ancora forte e chiara – e very free!

Foto: © CoolMag

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