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Alessandro Mendini (1931-2019)

Mi piace ricordare Alessandro Mendini, il geniale rivoluzionario del design e dell’architettura scomparso a Milano a 87 anni, con questa mia intervista del 2003 avvenuta all’Atelier Mendini, fondato nel 1989 insieme al fratello Francesco.

Monumenti con l’anima

Alessandro Mendini è fra gli architetti/designers più famosi al mondo. Le sue invenzioni, coloratissime, sembrano uscire dai sogni o dalle pagine di una fiaba. Spesso le chiama per nome: il cavatappi Anna G., il vaso Viso, la calcolatrice Cioccolator… «Ogni volta mi preoccupo di infondere poesia ai progetti», mi spiega, «di dare un’anima alle cose fino a renderle antropomorfe». Anche le sue architetture, sparse in tutta Europa, sono capolavori Pop: musei-fumetto, fermate d’autobus a scacchi gialli e neri, avveniristici monumenti a forma di stella: «La mia eclettica metodologia di lavoro, che mi porta a progettare gioielli ed edifici, è tipica degli architetti della Secessione viennese. Mi considero un milanese “germanizzato”: mio padre, nato a Verona in compagnia di questo cognome della Val di Fiemme, amava trascorrere le vacanze in Austria e gustare la Sachertorte che veniva servita nel caffè principale della città veneta. Per caso, a Milano, frequentai la scuola elementare di lingua tedesca e seguendo le orme paterne m’innamorai di Vienna, dove ho insegnato design alla Hochhschule fur angewandte Kunst».

Cosa predilige della capitale austriaca?
«I palazzi progettati da Carl Moser, Adolf Loos e Otto Wagner; l’asimmetria della Hundertwasserhaus, la palazzina della Secessione considerata il capolavoro dello Jugendstil; i dipinti di Egon Schiele, Oskar Kokoschka e Gustav Klimt».

Fra le sue creazioni più famose c’è la Poltrona di Proust, icona europea per eccellenza…
«Un oggetto emotivo, realizzato senza un disegno con spezzoni di cose vecchie. Per riferirmi al romanticismo proustiano ho preso a modello una poltrona del ‘700 e l’ho dipinta con un frammento di un quadro di Paul Signac. Ho ottenuto un oggetto kitsch, da produzione in serie».

Perché ha scelto Proust?
«Per la vita intesa come labirinto e per il flusso della sua scrittura».

Osservando i suoi oggetti si ha la sensazione di entrare in una Wunderkammer…
«Utilizzo i tipici ingredienti della stanza delle meraviglie: materiali luccicanti, mosaici, luci particolari, specchi, suoni, squilibrio dimensionale delle cose… Inoltre, a livello mentale, penso sempre a una catena di stanze emotive. Quando progetto un appartamento, un ufficio o un negozio, auspico lo scambio d’energia fra abitante e habitat. Il Museo di Groningen, ad esempio, è il frutto di un’architettura pittorica: una favola che sembra guidarci dentro una moschea o un bagno turco. Anche la Banca di Stoccarda, la fermata d’autobus ad Hannover, il quartiere Maghetti di Lugano e il Casino di Arosa sono esempi delle mie architetture votate al Romanticismo».

In più c’è la voglia di giocare, la nostalgia dell’infanzia…
«Tutto ciò che è retorico e accademico, lo combatto a colpi d’ironia».

Qual è il design europeo che preferisce?
«Ogni nazione ha le proprie caratteristiche etniche e arcaiche, tecniche e sociali. Se penso alla Germania non può che venirmi in mente il tardo-funzionalismo, mentre l’Olanda esprime il fai da te concettuale e la Scandinavia ricalca attraverso il legno la raffinatezza poetica dei suoi paesaggi».

Quando pensa alle capitali d’Europa, quali edifici ritiene più rappresentativi?
«Parigi è anzitutto la Tour Eiffel, oggetto che “esiste” in assoluto ed è l’anima della capitale francese. La polpa futuribile, l’audace guscio architettonico è invece rappresentato dal Beaubourg. E poi Barcellona, che custodisce l’essenza dell’umanità nella Sagrada Família progettata da Antoni Gaudí; e il Partenone di Atene, simbolo della classicità rapportata alla mitologia».

In architettura c’è il rischio che la globalizzazione possa limitare la creatività?
«Sì, se la vogliamo intendere come iperconsumo. Bisogna invece miscelare le idee salvaguardando il più possibile le identità culturali».

Foto: Alessandro Mendini
Poltrona di Proust per Cappellini, 1979
Anna G. per Alessi, 1994
Lampada da scrivania Amuleto per Ramun, 2013

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