Music

Willie Nelson – Ride Me Back Home (Legacy Recordings/Sony)

L’uomo di Abbott, Texas invecchia ma porta benissimo le sue 86 primavere. Ma sopratutto Willie Nelson regala ancora 1 o a volte pure 2 dischi all’anno sempre di gran livello o quasi – e il 2019, per cominciare, porta Ride Back Home. Il texano lo avevamo lasciato qualche mese fa che con My Way (2018) spadroneggiava nel repertorio di Frank Sinatra, in uno di quei magnifici dischi di standard di cui è indiscusso maestro fin dei tempi dello straccia classifiche Stardust (1978). Qui, invece, chiude quella che lui e il suo fido produttore/co-autore Buddy Cannon hanno battezzato come la Mortality Trilogy, iniziata con God’s Problem Child (2017) e ribadita con Last Man Standing (2018).

Lo standard è davvero alto – e sul serio colpisce la vitalità del decano della musica americana, che non è semplicemente quella di un arzillo vecchietto che fa simpatia bensì quella di un artista che ha ancora ben a fuoco la propria arte. Ride Back Home nei propri 11 brani non ha un secondo di stanca, tutto suona bene e al posto giusto, con Willie che canta “la sua verità” senza un istante di esitazione, con la voce che ancora non molla – e che, anzi, alla sua veneranda età è ancora un bel punto di forza. Detto in breve, Willie Nelson è ancora uno degli indiscutibili alfieri della Musica Cosmica Americana, quella cosa che Gram Parsons magistralmente ebbe a definire così per abbattere i confini e imporre nuove, ampie vedute.

2/3 materiale originale e 1/3 cover del giro texano. Fra i primi almeno in un paio di momenti Willie lascia davvero “abboccaperta”, tipo nella divertente (nel testo ) e misteriosa (nella musica) Seven Year Itch, roba che se Tom Waits decidesse di fare un disco nel Lone Star State suonerebbe all’incirca così; oppure Nobody’s Listening, ballata pianistica con più di un’affinità stilistica con il più recente Bob Dylan. Anche lo stesso brano guida ha un bel passo solenne e molto Texan, anche perché scritto con il leggendario Sonny Throckmorton, altro veterano della scena musicale del grande West (qualcuno rammenterà la sua penna al servizio di calibri pesanti quali Merle Haggard, Jerry Lee Lewis e Johnny Duncan). Altra perla è Stay Away From Lonely Places, vecchio pezzo del suo repertorio scritto e inciso all’epoca di The Words Don’t Fit The Picture (1972), che il Willie anziano rifà suo ancora con splendido piglio fra valzer e blues.

Il capitolo cover vede svettare ben 2 capolavori di Guy Clark, venerabile cantautore scomparso nel 2016 anche lui con le stigmate della stella solitaria. Immigrant Eyes risalente a Old Friends (1988) è, scommettiamo, ripresa per via dei tempi che corrono, chi con problemi ad attraversare il Mediterraneo e chi passare il duro confine MessicoUSA: Willie è persona sensibile e la scelta non è messa lì a caso, sebbene parli di una storia antica che, però, vuol essere lezione per i nostri travagliati giorni. I disperati forse non lo sanno ma lui c’è, non li dimentica – e riprendere un pezzo del genere, fra l’altro all’epoca cantato da Guy con Emmylou Harris, la dice lunga. My Favorite Picture Of You è invece il Clark più intimo, personale e recondito: Nelson ne è pienamente nel solco, senza sbavature né mano calcata. Applausi, di nuovo. Solo Willie poteva ricordarsi di It’s Hard To Be Humble, un Mac Davis annata 1980 che qui, con passo danzante felpato e ospiti i figli Lukas e Micah (compagni di Neil Young nei Promise Of The Real, fra l’altro), entra perfettamente nel ciclo Mortalità pensato da Willie con Cannon. Tutto perfetto? L’unica nota fuori posto sembra essere la scelta di Just The Way You Are (Billy Joel), virata sì country ma che comunque risulta troppo pop per gli intenti del lavoro e, in generale, per le corde georgiche dell’artista. Un peccato veniale, comunque. Dice un vecchio adagio che se uno canta, deve sempre trovare una voce per cantare: a 86 anni suonatissimi Willie Nelson padroneggia il mezzo con una risolutezza disarmante. Lunga vita!

Foto: © Liaison/Getty Images

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