Music

The Boomtown Rats (Bob Geldof) – Citizens Of Boomtown (BMG)

Un giorno, non sappiamo quanto lontano, il tempo sarà galantuomo con Bob Geldof. Al di là dei grandi eventi organizzati, il Live Aid (1985) e il surrogato con 20° anniversario incluso Live 8 (2005); al di là dei gossip e delle tragedie famigliari che lo hanno visto protagonista; al di là di tutto, Bob Geldof è un artista che alla musica, oltre ad aver ricevuto tanta fama, ha dato molto – vedi album come il grande hit The Vegetarians Of Love (1990), quello della infectious The Great Song Of Indifference, e il misconosciuto ma di gran valore Sex, Age & Death (2001). Ma soprattutto ha dato molto con i Boomtown Rats, gruppo fondamentale della musica rock irlandese, irrinunciabile anello di raccordo fra i Thin Lizzy e i U2. E, sorpresa-sorpresa, eccoli di nuovo fra noi i Ratti della Città Fiorente, già attivi nel campo live dal 2013 e che ora, qualche decennio dopo il loro ultimo di studio In The Long Grass (1984), tornano con un disco nuovo di pacca: benvenuti a Citizens Of Boomtown.

Qualcosina lo hanno lasciato per strada, i Rats. Tipo i fondatori Johnnie Fingers (tastiere) e Gerry Cott (chitarre). O tipo Tony Visconti, il famoso produttore di David BowieMarc BolanStrawbsThin LizzyAlejandro Escovedo che negli anni 80 aveva prodotto loro un paio di ottimi lavori – soprattutto Mondo Bongo (1981). Più di qualunque cosa, nondimeno, hanno lasciato a casa l’antica verve, quell’inebriante intruglio punk, Rolling Stonesglam e new wave che li aveva distinti all’epoca – sebbene visti dal vivo, come abbiamo constatato in prima persona qualche anno fa, siano ancora un degno stage act. Il disco, a ogni buon conto, secondo noi mostra la corda.

Bob Geldof

Ci spieghiamo. Citizens Of Boomtown suona troppo revival, senza avere canzonidramma come I Don’t Like Mondays (il loro grande hit, annata 1979); e non ha nemmeno quel tiro metropolitano che ai bei tempi sferragliava nella verde Irlanda, dove Dublino sembrava più che mai gemella di Manchester e di Glasgow (a proposito: molto bella la copertina, comunque – © Hannah Sharn). L’album sa un po’ di 60enni-quasi 70enni che giocano a fare i giovani a ogni costo – rughe, movimenti lenti e bolsaggine inclusi, ahinoi. Sentirli vitaminizzati a ogni costo, come nella cialtronissima Rock ‘n’ Roll Yé Yé, fare i moderni dance boys proprio come in The Boomtown Rats e aggiungere tocchi di molto-fuori-luogo hip-hop in K.I.S.S., lascia davvero un po’ di amaro in bocca.

Qualcosa, qui e là, non è così da buttare, nonostante il tono generale già spiegato imposto da Geldof & Co nella quarantina di minuti che dura il tutto: Trash Glam Baby, frequenze amarcord delle avventure-a-lustrini di Ziggy Stardust e dell’Electric Warrior; Here’s A Postcardtalkin’ & roll che più dylaniano di così si muore; Monster Monkeys, che gioca un po’ a fare il Mick Jagger di tanti funk notturni dei tardo-Stones; Sweet Thing, che vorrebbe spiegare come il germe U2 abitava già in loro prima di Bono Vox & The Edge; She Said No, punk con tiro 50s perso fra Clash e Bo Diddley. Niente per cui strapparsi né vesti né capelli, malauguratamente.

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