Music

Shirley Collins – Heart’s Ease (Domino/Spin-Go!)

Non sembri che la si stia sparando grossa se diciamo – e lo diciamo! – che Shirley Collins, quella Shirley Collins già eletta nell’ordine cavalleresco Commander of the Most Excellent Order of the British Empire, sia senza tema di smentita una delle grandi donne nate nel 20° secolo, standout che nella musica britannica vale né più né meno che Joan Baez o Nina Simone in quella americana. Il top. Il valore aggiunto che la accomoda in quel ristrettissimo club, al di là di quello artistico, è come per tutta la vita ella si sia battuta per ideali di eguaglianza, giustizia, libertà e cultura, diventando chiaramente un rule model. Il nuovo album Heart’s Ease è il nuovo capitolo del comeback più inatteso del Nuovo Millennio: da quel dì che a fine anni 70 “appese la musica al chiodo”, appena dopo uno split single condiviso con Bert Jansch (Pentangle), causa gravi problemi vocali ma pure per dedicarsi ai figli, crediamo che nemmeno il più arrischiato degli scommettitori si sarebbe azzardato a puntare sul ritorno nel business della Collins.

Shirley Collins

Il ritorno eccolo, invece, sotto i nostri occhi – flemmatico e regale come si conviene quando di mezzo vi è Sua Maestà. Tutto è iniziato da un libro, il magnifico America Over The Water (2004), che narrava le sue incredibili vicende con il suo grande amore di qualche decennio or sono, il musicologo Alan Lomax, per il quale lasciò Albione per affrontare, temeraria donna negli anni 50, un viaggio di ricerca musicale e umana nell’America rurale. E di quel libro ricordiamo ancora come se fosse ieri, presenti che eravamo, il reading che ella tenne nel 2008 al Festival della Letteratura di Mantova, dove nel vero senso della parola fece penzolare dalle proprie labbra l’intera, gremitissima platea – ripensarci è sinonimo di profondi brividi alla schiena. A seguire il timido rientro alla musica cantata, prima in studio ospite in Black Ships Ate The Sky (2006) dei Current 93, scelta quantomeno curiosa; e poi dal vivo, nel 2014, alla Union Chapel di Londra, accompagnata per un breve set da Ian Kearey (Oysterband).

Shirley a bordo di un treno in compagnia di alcuni passeggeri, UK, 1° giugno 1970
© Evening Standard/Hulton Archive/Getty Images

Lodestar (2016) è stato il primo album in 38 anni – che fa incetta di premi e di riconoscimenti, oltre che imporre l’ottuagenaria Shirley nella copertina di Wire, il mensile britannico assoluta bibbia della musica d’avanguardia dove, per inciso, lì solitamente vi va gente quale Diamanda Galás, John Cage, Scott Walker, Björk, Aphex Twin, John Cale, Michael Gira e Radiohead. Quando si dice mente aperta, praticamente parabolica – quelle che piacciono a noi. Dopodiché, è toccato all’eccellente film documentario The Ballad Of Shirley Collins (2017), anch’esso celebrato e pluridecorato; e alla seconda autobiografia All In The Downs/Reflections On Life, Landscape, And Song (2018), altrettanto lettura assai consigliata.

Ma eccoci a Heart’s Ease – e se Lodestar era già una perla, qui Lady Collins si supera, regalando un disco di cristallina bellezza nel quale per 40 minuti la di nuovo acquisita fiducia nella voce, semplicemente, detta legge. Quando si sente dire che senza Shirley non avremmo avuto le Anne Briggs, le Norma & Lal Waterson (Watersons), le Sandy Denny (Fairport Convention), le Jacqui McShee (Pentangle), le Maddy Prior (Steeleye Span), le Linda Thompson e le Eliza Carthy di tutto questo mondo – semplicemente si ascolta la verità. E il nuovo lavoro ne è solo l’ennesima testimonianza, per come è avvincente e originale tanto quanto i grandi album della Signora degli anni 60 e 70, quelli con Davy Graham, con la sorella Dolly, con la Albion Band del 2° marito Ashley Hutchings, fino a quelli in solo dove a dar man forte comparivano, fra gli altri, esimi luminari quali Richard Thompson (No Roses del 1971 resta forse il capolavoro assoluto dell’intera discografia SC) e la Incredible String Band. Vi sono canzoni tradizionali, ovviamente, dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti, ma ci sono pure numeri nuovi e vi è persino una certa aurea di sperimentazione che suggerisce possibili nuove direzioni a venire – in fondo con Shirley siamo solo a 85 giri intorno al sole.

La folk singer inglese con la Albion Band, primi anni 70

Per trovare l’acme della raccolta non si fa molta fatica: Sweet Greens And Blues, inedito dissotterrato che risale all’epoca della collaborazione con Graham nel fondamentale album Folk Roots, New Routes (1964), nonché scritto dal 1° marito della Collins, il multimedia artist Austin John Marshall, peraltro produttore di diversi suoi lavori back in the days – quasi 6 minuti di Albion folk scritto, suonato ma soprattutto cantato al massimo dei livelli da colei che ha vergato i codici del genere. Inchino d’obbligo. Come d’obbligo è un’annotazione: se vi appropriate della versione deluxe in vinile, vincete anche un singolo con la take originale del pezzo annata 1964, starring Collins & Graham.

Shirley Collins con Davy Graham, 1964

Dopodiché, come fanno le api con i pollini, si passa di fior in fiore e se ne ha per tutti i gusti: Wondrous Love, ballata addirittura della fine ‘600 ispirata al famoso pirata scozzese William Kidd, con arrangiamento minimalista e scintillante chitarra slide con tocchi sospesi fra Ry Cooder e Bert Jansch; i famosi traditional Canadee-i-o e Barbara Allen, puro oro nella sua ugola fatta di passione e di sapienza infinite («Barbara Allen l’ho imparato a scuola e da allora è sempre rimasto con me» – infatti, la incise nel suo 1° disco, Sweet England del 1959 prodotto da Lomax, e ancora nel favoloso The Power Of The True Love Knot del 1968 prodotto da Joe Boyd); Crowlink, hurdy-gurdy e harmonium ossessivi, elettronica lieve e un’atmosfera minacciosa che se vi ricorda Nico non sbagliate di niente; Locked In Ice, scritta dallo scomparso nipote (e figlio di Dolly) Buz Collins, dove si rumina fra folk decantato e memorie di famiglia; Whitsun Dance, altro folk raccolto e tanto di armonica a dettare tempo e melodia; The Merry Golden Tree, mirabile reperto dei viaggi con Lomax di decenni fa; The Christmas Song, presa dal repertorio della mitologica Copper Family, istituzione della musica folk inglese a partir da fine ‘800; Rolling In The Dew, che addirittura sembra uscita dai dischi più explorer dello yankee reaper Van Dyke Parks.

A her majesty the Queen of England l’ultima parola, naturalmente protesa al futuro, in forma com’è ancora Shirley Collins: «Ho un ricordo così grande di canzoni, molte delle quali voglio ancora cantare. E ho sprecato tutto quel tempo senza cantare, quindi ora devo recuperare un po’!».

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