Music

Peter Perrett – Humanworld (Domino)

Quelli come Peter Perrett li chiamano “unsung heroes” – eroi sconosciuti, nel suo caso che forse non hanno nemmeno l’aurea del culto. Tant’è. La sua erratica vita artistica che cominciò negli anni 70 con i leggendari Only Ones, autori di 1 dei grandi anthem dell’epoca post punk/new wave, Another Girl, Another Planet – 1 di quei pezzi che hanno avuto lunga e travagliata vita: prima, John Peel, il famoso DJ della BBC, che predicava (quasi) nel deserto la grandezza del brano; poi, discepoli anni 80 come i Replacements che lo ripresero live facendone uno staple dei loro infuocati show; infine, nel Nuovo Millennio è arrivata una delle famigerate compagnie telefoniche che oggi dominano mercato e mondo, che l’ha usato in modo martellante per un commercial di qualche anno fa. Nel frattempo Perrett ha vivacchiato prima sul “poco successo” del suo vecchio gruppo, che peraltro nell’ultima dozzina d’anni si è ricomposto on & off in più occasioni; e in seguito con altre fugaci band e tentativi solisti a singhiozzo.

Humanworld è solo il suo 3° album in proprio, dopo l’oramai antico (ma eccellente) Woke Up Sticky (1996) e il recente ritorno con How The West Was Won (2017). Bisogna subito dire che lo sforzo precedente era buono ma nulla più – mentre qui Perrett regala uno scatto di reni davvero degno di nota. Il taglio new wave messo insieme al chiaro debito con Lou Reed e Johnny Thunders, con Hugh Cornwell (Stranglers) e Keith Richards, è lì in bella vista. Ma è sopratutto con Bob Dylan, quello più febbricitante e mercuriale, che si coglie un cordone ombelicale non recesso, come lo stesso Peter ha affermato di recente in una delle interviste a promozione dell’album: «Non saprei scegliere fra Highway 61 Revisited o Blood On The Tracks. Per me sarebbe come una specie di Scelta di Sofia. Con gli Only Ones firmai per la CBS semplicemente perché avevano sotto contratto Bob Dylan». Idee chiare, insomma – di chi non si nasconde dietro alcun dito.

Sarà per i registri della voce, sarà per la storia di “beautiful loser” che lo distingue, sarà per il sound in generale – ma senti come Perrett si muove in Humanworld e non puoi che trovare forti legami con un’altra anima persa come Nikki Sudden, lo scomparso ex Swell Maps ed ex Jacobites, che con Perrett sembra davvero un fratello di spirito non fosse che per le chiare radici che li distinguono. Il tutto per una musica compatta e testi complessi con slanci poetici e significati a più letture, che sono frutto dell’esperienza di un uomo il quale, ridi e scherza, ha già 67 anni. Rispetto a How The West Was Won la forma è meno dolente, semmai il disco è decisamente più quadrato e squisitamente power pop, come a volersi ricongiungere alla giovinezza Only Ones – non fosse altro per come i pezzi rock prevalgano numericamente sulle ballate.

I 3 numeri iniziali, I Want Your Dreams Once Is Enough Heavenly Day, segnano il mood dell’opera: pochi orpelli e tanta sostanza in palese contrasto con il mondo digitale a portata di click d’oggidì. Poi, andando avanti, si incontrano i ritmi frenetici di Love Comes On Silent Feet che gioca su un bel ritmo che profuma dei Velvet Underground epoca Rock & Roll e del beat primigenio di Bo Diddley; o ancora, Walking In Berlin, con un riff chitarristico che più Lou Reed di così si muore. Come detto, le ballate sono confinate a pochi episodi dei 12 in rassegna – ma non per questo meno interessanti: Carousel è di nuovo smaccatamente Velvet, diciamo epoca 3° omonimo album (1969); mentre The Power Is In You ha quel “noncurante” tono dylaniano che ha marchiato anche molte cose del già citato Sudden. Per chiudere: grande speranza che qualcuno si arrischi a portarlo in Italia dal vivo, poiché Peter Perrett per gli ultimi 2 lavori non si è risparmiato calcando palchi in mezza Europa e oltre. Afferrare le cose finché a disposizione.

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