Music

Peter Oren – The Greener Pasture (Western Vinyl Records)

Promesse. Una delle più interessanti dell’ultimo quinquennio è sicuramente Peter Oren, americano dell’Indiana, che con The Greener Pasture giunge al suo 3° album. Disco che segue Living By The Light (2016) e soprattutto l’eccellente Anthropocene (2017), entrambi prodotti da Ken Coomer, ex batterista sia degli degli Uncle Tupelo sia dei Wilco – ed è stato proprio il 2° lavoro che accese la lampadina sul ragazzone, con quella voce che da lontano sapeva di Fred Neil e dei bei Tim, Hardin e Buckley, accompagnata da una serie di canzoni alquanto solide, vista la giovane età del musicista.

Il cantautore americano live al Teatro Bloser di Genova, maggio 2018, © Cico Casartelli

Adesso per Oren è giunta l’ora di “camminare da solo”, iniziando dal fatto che per The Greener Pasture si interrompe la collaborazione con Coomer – e non è necessariamente un male. Se nel disco precedente il taglio era vellutato e seducente, qua il cantautore cerca di esprimersi con linee che a più riprese raschiano come cartavetrata. Prendiamo la voce: in diversi numeri gioca su toni più rauchi, notturni e irrequieti, tanto che vien da ipotizzare una “sbandataMark Lanegan, per intendersi. Aggiungiamo poi un tono battagliero ancora più accentuato, fra politica e temi ambientali, frutto anche dell’isolamento dove il tutto è stato registrato, ossia in una cabine-studio nel pieno dei boschi del Tennessee. Il tutto accompagnato anche da una sottigliezza, spiegata dallo stesso Oren: «La copertina dell’album, realizzata dal mio caro amico Quintin Caldwell, è la scena di una fattoria realizzata nello stile isometrico dei contenuti di marketing di un’azienda tecnologica della Silicon Valley. I recinti del bestiame sono a forma di smartphone» (scrutarla per bene, è il consiglio).

Tanti i bei momenti che offre The Greener Pasture, come già l’introduttiva John Wayne (chi si ricorda dell’omonimo, stupendo brano di John Martyn inciso a metà anni 80?): voce roca e quasi irriconoscibile se paragonata ad Anthropocene – con il giovane artista che canta la sua idea sull’individualismo americano e i personaggi che lo simboleggiano, citando sia il grande (e per alcuni controverso) attore scomparso, sia personaggi di fantasia quali Bruce Wayne aka Batman, visti fungere da “cittadini modello e vigilantes“. Altro gran momento è il pezzo-guida, decisamente in debito al già citato Lanegan, con testo-allegoria ricco di significati: “Anche il pascolo più verde è recintato/Il più ampio ha un asterisco/Ruota la mandria ogni pochi giorni/O è ogni pochi anni/Abbiamo le nostre etichette sulle orecchie/In piedi piangendo lacrime di bovino”. Poesia delle cose quotidiane che diventano estrema aberrazione di una società iper-globalizzata – lirismo di cui un po’ tutto The Greener Pasture è carico. Per il resto, Peter Oren è fra il meglio del cantautorato americano contemporaneo che potete trovare là fuori, nei grandi e foschi pascoli del mondo. Renderli più verdi è un dovere.

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