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Perry Farrell – Kind Heaven: A Cosmic Comedy (BMG)

La più sexy e glam delle band di Los Angeles che molto probabilmente, all’epoca in cui nelle classifiche la facevano da padroni i Guns N’ Roses fra fine anni 80 e inizio 90, fu quella che davvero arrivò in cima al mondo con dischi al fulmicotone, rimasti nella storia come roba incandescente e con un atteggiamento beffardamente deviato. Naturalmente i Jane’s Addiction, che ogni tanto il leader Perry Farrell tira fuori dalla naftalina per ricordarci la loro sicura imponenza. Adesso, per un po’ messo nell’armadio il gruppo, il grande frontman torna a operare in solo con questo nuovo Kind Heaven: A Cosmic Comedy – e lo fa nientemeno che assoldando Tony Visconti, lo storico produttore di David Bowie ma anche di tanti altri come T. Rex, Gentle Giant, Alejandro Escovedo, Thin Lizzy, Ralph McTell, Prefab Sprout, Boomtown Rats (Bob Geldof) e Strawbs. Sulla carta, o un cocktail esplosivo o una fusione a freddo annunciata. E bisogna anche dire come negli ultimi anni il venerabile produttore americano, sebbene per molto tempo residente in Inghilterra, oltre che a lavorare ancora con Bowie (da Heathen a  ★ Blackstar) sia tornato mettendo le mani anche su generazioni più recenti di musica, nella fattispecie Dandy Warhols e The Good, the Bad & the Queen, il side project di Damon Albarn (Blur), Paul Simonon (Clash), Simon Tong (Verve) e Tony Allen (Fela Kuti).

Kind Heaven: A Cosmic Comedy non fa prigionieri e fa godere dall’inizio alla fine con un divertito tono glam rock svecchiato, che sta ben lontano dalla pantomima o, peggio, dallo scimmiottare antiche glorie trapassate. Farrell è troppo intelligente e control freak perché ciò accada: il suo tentativo è glam ma proiettato alla bolgia odierna del relativismo culturale, come direbbe un papa messo in pensione qualche anno fa. L’album lo metti su e la paura che calpestare una merda è forte – ma arrivati alla fine, niente di più errato. Anche perché Perry sa sempre come muoversi. Qui è finito a Las Vegas, il suo elemento per dirla con il Big Lebowski, dove infatti ha messo a punto il nuovo progetto multimediale; lui che qualche decennio fa, nel 1991, sfidò le regole del music biz inventandosi il festival itinerante Lollapalooza, rivelatosi successo planetario molto imitato. Se un tempo come party animal ideale si pensava immediatamente a John Belushi, da qualche decennio è Farrell l’uomo che vorreste sempre avere al vostro fianco a qualsiasi festino. Un cammino, il suo, che dal culto smodato per i Doors e gli Zep è passato per la guerriglia urbana, il punk, lo street metal, il grunge, la psichedelia, la musica elettronica – e adesso sembra approdare a una sua personale, orgiastica Bollywood versione Vegas, dove buttar giù o sniffare di tutto con il solo fine del godimento. Paura e disgusto, a voler evocare Hunter S. Thompson – con grandeur, teatro, caustico glitter. Detto in breve, come cantava Bowie in Moonage Daydream, qui trovate alligatori, invasori spaziali, strani esseri mamma & papà nello stesso tempo. “Freak out, far out, in out“.

Nel mischione del disco Farrell e Visconti chiamano a sé personalità varie, coerenti nell’incoerenza, quali Taylor Hawkins (Foo Fighters), Elliot Easton (Cars), Phil X (Drills), addirittura Dhani Harrison (figlio del Quite Beatle), Kristeen Young, fino alla moglie del leader Etty Lau Farrell che peraltro in molti numeri all’opera alla voce fa la parte della leonessa accanto al marito. Il disco parte forte con (red, white, and blue) Cheerfulness, che se la gioca spudoratamente con frequenze Ziggy Stardust e Mick Ronson in una lampante gran tela sonica degna dei Ragni da Marte: sembra il 1972 ma è solo un’impressione, Visconti sposta quelle 2 cosine che impostano tutto in sincrono al 2019.

Pirate Punk Politician ti catapulta nel mondo della Dipendenza di Jane, con il riff di chitarra metal-ma-non-troppo così Jane’s Addiction che pare davvero Dave Navarro a suonare – o il suo voluto ologramma. Snakes Have Many Hips gioca all’Hunky Dory spinto, come se a Kooks fossero state messe le 16 valvole, per dirne una. Machine Girl con Harrison Jr e sopratutto Etty Lau è roba frenetica che potreste ascoltare in uno strip-joint di Vegas, fra lap dance e centoni infilati nelle mutandine di qualche stangona tutta silicone. Etty Lau domina anche il pop tribale e sbilenco di One. Telefonini, immagini a raffica brucia neuroni ossia, per parafrasare un vecchio titolo McCartney-ano, tripping the rave fantasticWhere Have You Been All My Life, chiede spiritato Perry. More Than I Could Bear e Spend The Body sono Bollywood versione marito & moglie, numeri kitsch e irresistibili nella propria sfacciata plastic vibe ai 4 venti. Chiude la partita Let’s All Pray For This World, anthem in crescendo e intenzionalmente pomposo, con piano impudente che più Mike Garson di così si muore. Benarrivati nella Commedia Cosmica starring Perry Farrell, newyorchese surfista californiano che vuole sempre far saltare il banco. Riuscendovi, immancabilmente.

Foto: Perry Farrell con il produttore discografico Tony Visconti
Perry Farrell con la moglie Etty Lau

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