Music

Mary Coughlan – Life Stories (Hail Mary Records)

Qualcuno, sbagliando di poco, ha definito Mary Coughlan l’anello mancante fra Billie Holiday, Van Morrison, Patsy Cline, Édith Piaf, Peggy Lee e la sua fraterna (screzi compresi) amica Sinéad O’Connor. Noi, che praticamente la consideriamo la più grande cantante vivente, ci permettiamo di correggere lievemente il tiro: la cantante irlandese non è giusto l’anello mancante, ma è davvero più che degna di stare in quel podio da che esordì con Tired And Emotional (1985). Nata con il dono di una golden voice, come direbbe Leonard Cohen. Punto. Da allora, nonostante i molti fatti privati che hanno frustrato la sua carriera, fra relazioni interpersonali complicate e alcolismo (…«in ospedale per colpa dell’alcol vi sono finita solo 32 volte, finora»), è stata un’escalation di grandissima musica fatta di una quindicina di album assolutamente sopraffini (a dover scegliere, il capolavoro resta Uncertain Pleasures del 1990), di cui questo nuovissimo Life Stories, che arriva 5 anni esatti dopo il concept Scars On The Calendar (2015) condiviso con il chitarrista olandese Erik Visser, ne è la perfetta continuazione.

Quello che rende questo lavoro speciale è il completamento dell’evoluzione della Coughlan da pura interprete ad autrice di se stessa, poiché quasi tutti i brani di Life Stories escono dalla sua penna, con l’aiuto del fido Pete Glenister – chitarrista, produttore e songwriter che qualcuno rammenterà già al servizio di gente come Alison Moyet (Yazoo), Bryan Ferry, Kirsty MacColl, Terence Trent D’Arby e, addirittura, il nostro Raphael Gualazzi. Il tutto senza perdere un’oncia di quell’ibrido unico fra popIrish soul, blues, folk e jazz che ha reso distintamente brillante l’arte musicale della cantante di Galway. Ne sia prova già il singolo di lancio, Two Breaking Into One, tra web e radio in giro da luglio: quel blend di cui dicevamo è lì scintillante, compreso il tormento di chi assicura come il brano «parli di tradimentoe mi ci sono voluti 15 anni per sentirmi adeguata a scrivere un pezzo del genere», come afferma Bloody Mary (a proposito – avete letto la sua strepitosa autobiografia Bloody Mary, uscita nel 2010? Se no, fatelo – grandissimo libro di life experience!).

Mary Coughlan con Sinéad O’Connor

Dopodiché, fra i 12 numeri del lavoro vi è solo di che sbizzarrirsi tanto la Coughlan è padrona del mestiere – per come ella sa essere autentica nel raccontare la sua travagliata vita e nell’affrontare i suoi personali demoni. Che come lo fa lei con l’ugola, non lo fa alcun altra! Basti prendere come con ricercata grazia MC sa affrontare il tema alcolismo in Twelve Steps Forward And Ten Steps Back, piccolo musical fra pop e jazz davvero infectious. Ma in un po’ tutto Life Stories è la voce di Mary che trasmette un brivido unico, vedi il tono ricco e burroso della pensosa No Jerico; tono che, tuttavia, sa essere pure sensuale e provocante come nei numeri cabaret High Heel Boots, Why Do All The Good Guys Taste So Bad, il travolgente Forward Bound (degno del miglior Shane MacGowan, se pensato con trattamento Pogues) e Do It Again. Quando, infine, ci s’imbatte in ballate emotive come Elbow Deep, ovvero magnificamente Coughlan goes Holiday, e Safe And Sound, delicata dedica ai figli, non si può far altro che arrendersi: Bloody Mary va messa a pieno titolo nel girone fuoriclasse – dove musica artefatta, derivata e omogeneizzata è rigorosamente bandita. Detto chiaramente: Mary Coughlan è la N°1!

 

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