Music

Laura Marling – Songs For Our Daughter (Chrysalis/Partisan)

Da quando ci siamo appassionati a Laura Marling, oramai una dozzina d’anni fa all’epoca del suo 1° album, con quel suo fare musica che profumava di Beth Orton e di Bert Jansch, di Sandy Denny e di Joni Mitchell, ci siamo sempre detti: speriamo che continui così, che non diventi troppo pop! E in effetti, la crescita scorta nei 3 ottimi lavori incisi con Ethan Johns quale produttore fra il 2010 e 2013, ossia I Speak Because I Can, A Creature I Don’t Know e Once I Was An Eagle, fino al trionfale Short Movie (2015) fatto, però, in autonomia da EJ – ecco, tutto ciò faceva ben sperare. Poi, finita nella maglie di Blake Mills che ha prodotto Semper Femina (2017), qualcosa sembrava essersi perso, con ½ disco e più un po’ troppo easy per come avevamo apprezzato la biondina del Berkshire – o, più prosaicamente, per i nostri gusti.

Per Songs For Our Daughter la Marling, 30 anni tondi e il ruolo di primo piano consolidato nella musica UK contemporanea, torna a fare coppia con Johns, di nuovo dietro la consolle (oltre che apprezzatissimo produttore e cantautore, ricordiamo che Ethan è la prole di Glyn Johnsproducer maximo che mise mano a molti classici firmati Led Zeppelin, Rolling Stones, Who, Eagles, Band, Beatles, Steve Miller Band, Paul McCartney, Eric Clapton…). Le cose, difatti, cambiano in meglio: rispetto al precedente tutto è più a fuoco e più ambizioso. Ambizioso – e non poco, poiché la Marling ha costruito il disco come un concept album dove le canzoni sono scritte per una figlia immaginaria, ispirandosi alla grande scrittrice Maya Angelou (1928-2014) e alla sua raccolta di poesie/saggi Letter To My Daughter (2009). Piccola nozione: i fan di Van Morrison ricorderanno la splendida Angelou dedicata alla poetessa e attivista americana, uno degli highlight dell’opera maestra Into The Music (1979).

Soprattutto la prima parte del lavoro convince molto, vedi come scorrono dense Alexandra, languida ma tutt’altro che svenevole come certe belle ballate della Joni Mitchell primi anni 70; Held Down, che se la immaginate cantata dalla conterranea Beth Orton non commettereste peccato; Strange Girl, che ancora tira in ballo Joni ma anche il contagioso groove del più classico Cat Stevens; Only The Strong, perla folk acustica che fa della semplicità la propria forza. La seconda parte, il lato B se ragioniamo in termini di vecchi 33 giri, è forse un po’ più ermetico e vezzoso – sebbene l’iper melodica title track, con tanto di orchestra, e il quasi talkin’ Hope We Meet Again, non sono certamente numeri di secondo piano. Lettere a una figlia immaginaria – ma probabilmente, più di tutto, anche speranza di un futuro che non sia solo immaginario, quella che trovate in Songs For Our Daughter.

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