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Krautrock Part 6 – Gli Spirituali: Popol Vuh

Il gruppo tedesco del quale parliamo, che prende il nome dal Libro Sacro dei Maya, è nato per ispirazione di un musicista cultore delle religioni a tutto campo, Florian Fricke (1944-2001), il quale nel 1970 produce il 1° Lp dei Popol Vuh, intitolato Affenstunde, con una formazione che secondo gli abituali canoni germanici è alquanto strana: egli stesso alle tastiere, Frank Fiedler al sintetizzatore e Holger Trulzsch alle percussioni. È un disco, questo, che a un certo afflato ritmico unisce suoni arcani e atmosfere vagamente spettrali in anticipo (con pezzi come Fauni Gena o Circulation Of Events) sul 4° Lp dei Tangerine Dream: Atem. Tali atmosfere vengono riproposte sulla prima facciata del 2° album, In den Gärten Pharaos; ma davvero bella, quasi indimenticabile, è la suite Vuh della seconda facciata dove (almeno nella parte dove opera solo l’organo) tocchiamo livelli di misticismo fino a quel momento mai riscontrati nella musica moderna tedesca.

Consequenziale, in quanto a contenuti, è a questo punto un disco come Hosianna Mantra: una vera rivoluzione, a suo modo. Fricke, infatti, rinuncia completamente all’elettronica e imbastisce una line-up bizzarra anche per gli standard tedeschi: ad affiancarlo sono infatti il chitarrista Conny Veit (l’unico a utilizzare uno strumento elettrico), la cantante coreana Dyong Yun, l’oboista Bob Eliscu e il percussionista Klaus Wiese. I testi, basati sui Vangeli, vengono cantati con voce davvero “celestiale”. Ciò che caratterizza l’album, in particolare nel brano Hosianna che considero uno dei capolavori assoluti della musica negli ultimi 50 anni, è il sottofondo pianistico di Fricke ma soprattutto l’agile, aerea, dolcissima chitarra di Veit. Un esito imprevedibile per uno come lui, che quando era chitarrista dei Gila aveva firmato uno dei brani più hard del rock tedesco: Aggression.

Il disco successivo, Seligpreisung, basato sulle Beatitudini Evangeliche, vede l’ingresso di Danny Fichelsher, ex batterista degli Amon Düül 2: perciò si caratterizza per un maggior impatto ritmico che si nota parecchio in Tanz der Chassidim. La musica è sempre di grandissima dolcezza, ma purtroppo ora canta Fricke e la differenza si sente, seppure nel disco ci sia un capolavoro assoluto: Selig sind, die da hungern; selig sind, die da dürsten nach Gerechtigkeit; Ja, sie sollen satt werden. Sono sulla stessa linea Einsjager und Siebenjager e Das Hohelied Salomos, ispirato al Libro di Salomone, con il gruppo ridotto a Fricke, Fichelsher e alla Yung, rientrata nei ranghi.

Va notato che Fichelsher si alterna alla batteria e alla chitarra, mostrando di possedere una buona tecnica e un sound di estrazione californiana. Forse per questo, la suite della seconda facciata del 1° disco assume, talvolta, tonalità e lirismi da Jefferson Starship. Il livello dei brani di questi 2 Lp si equivale: personalmente preferisco Der Schönste der weiber e la mini suite divisa in 2 parti Du sohn Davids, dove l’amalgama tra il sottofondo pianistico, la chitarra “californiana” di Fichelsher e i vocalizzi di Diong Yun è sinonimo di grande poesia.

Se c’è un appunto da fare, riguarda semmai la prestazione dal vivo. Parlo per esperienza: nel 1975, il 1° concerto a cui ho assistito è stato proprio quello dei Popol Vuh nell’aula magna dell’Università Statale di Milano. Sul palco c’erano Fricke e Fichelsher, con Renate Knaupp Krotenschwanz che aveva lasciato gli Amon Düül 2 al posto di Diong Yun. Hanno presentato un mix di brani tratti da Hosianna Mantra: Einsjager un Siebenjager e Das Hohelied Salomos. Onestamente è stata una delusione: non solo perché la vocalità della Knaupp era inferiore, ma anche perché una formazione piano – chitarra non può lontanamente avvicinarsi alla ricchezza musicale degli stessi brani registrati in studio grazie agli ospiti coinvolti e alle sovraincisioni.

Non so se sia per questo o per l’amicizia di Fricke con il regista Werner Herzog, fatto sta che da qui in avanti i Popol Vuh si caratterizzano in particolare come autori di colonne sonore anche se Aguirre, pur non essendo nato come soundtrack, viene ampiamente utilizzato per l’omonimo film diretto da Herzog e si contraddistingue, in molte parti, per le similitudini atmosferiche con la suite Vuh; mentre il disco successivo, Letze Tage, Letze Nachte, sarà uno dei rari casi di produzione non collegata alla cinematografia. Lp, quest’ultimo, che vede per la prima volta l’apporto consistente in studio della Knaupp Krotenschwanz e ha i toni di una West Coast che non saprei definire altro che bucolica, soprattutto nel brano omonimo e in Der Grosse Krieger.

Come quasi in tutti i più importanti gruppi tedeschi di matrice cosmica (o vagamente tale), dopo il 1976 anche la musica dei Popol Vuh (o meglio, di Florian Fricke) vira verso atmosfere che potremmo definire quasi ambient, ma nel suo caso l’elettronica è pressochè inesistente. Prevale la dimensione del piano acustico; e anche a scapito della chitarra si distinguono certe influenze di musica indiana, tant’è che uno dei loro dischi successivi si intitolerà Raga. Tutto sommato, il meglio uscirà dalle colonne sonore per Werner Herzog: Fizcarraldo contiene brani fra l’epico e l’atmosferico di grande impatto; Der Ruf, composizione dinamica nella sua dialettica tastiere – chitarra inserita nella colonna sonora di Heart Of Glass, va annoverata fra i vertici musicali targati Popol Vuh.

Foto: Il tastierista Florian Fricke (1944-2001)

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