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Kinky Friedman – Resurrection (Echo Hill Records)

Kinky Friedman, ebreo ateissimo che parla di “resurrezione” – è proprio un mondo sottosopra! Poi però ti guardi intorno, leggi qui e leggi lì, e capisci che in Resurrection trovi il solito Kinky: genio incontrastato della canzone, maestro impagabile che sa trattare la tragedia come commedia e la commedia come tragedia. Genio che fra i massimi estimatori del suo impagabile songwriting-songperforming vanta Bob Dylan (ed è proprio del Nobel la definizione di quelli che fanno il suo mestiere, songwriter-songperformer), Willie Nelson e Tom Waits – nonché l’unico scrittore di libri al mondo che può vantare di essere nel contempo il letterato contemporaneo preferito di ben 2 ex presidenti yankee, Bill Bubba Clinton e George Dubya Bush. In sostanza, le soddisfazioni sono molte sotto il cielo negli altopiani zona Austin/San Antonio, dove vive l’ebreo texano nato e cresciuto a Chicago. Ripetiamo: ebreo-texano-di-Chicago, paradosso + ilarità kinkyana.

La resurrezione secondo Kinky Friedman è molto semplice da intendere, se siete dei kinkster come noi (da non confondersi coi sorcini, please): prima di darsi alla letteratura mantenendo la musica essenzialmente come impegno live, l’ultimo album di studio prima del come back fu Under The Double Ego (1983) – da allora passano diversi decenni prima che Egli torni in studio (salvo lo straordinario auto-tributo Pearls In The Snow/The Songs Of Kinky Friedman del 1999: Lyle Lovett, Willie Nelson, Tom Waits, Dwight Yoakam, Chuck E. Weiss, Marty Stuart, Asleep At The Wheel, Tompall Glaser e altri tutti in fila a rendere omaggio al Genio). Dicevamo: The Loneliest Man I Ever Met (2015) è stato il venerdì della passione/crocifissione (e con molte cover di vecchi conoscenti); il favoloso Circus Of Life (2018) è stato il sabato del silenzio; e adesso Resurrection è evidentemente la Pasquala resurrezione. Tutto magnificamente esoterico per veri iniziati nel nome del 75enne musicista-scrittore. Restiamo in attesa dell’Ascensione – che dicono generalmente avvenga 40 dì dopo la rinascita del Redentore. Fiduciosi siamo.

L’album vede ricongiungersi Kinky a Larry Campbell, qui produttore e polistrumentista, che già fece parte dei Texas Jewboys, il classico gruppo del texano d’adozione, prima di lavorare per tanti con Bob Dylan e poi con Levon Helm. Ed è, ovviamente, il cerchio che si chiude. Se Circus Of Life era “accorato”, dove il tono mordace di Kinky giocava fellinianamente fra l’opaco e il seppia, qui la carta giocata è più scanzonata e, diciamo così, straight country – e country va detto pensando che quando uscì alla ribalta, nei primi 70s, Friedman lo chiamavano il “Frank Zappa del country”. I grandi pezzi, naturalmente, non mancano – fin dall’iniziale Mandela’s Blues, tiro che sembra roba dei migliori Jimmy Buffett/Steve Goodman anni 70 con però un tocco di Paul Simon epoca Graceland (1987) e, sopratutto, un antefatto non di poco conto. Nei propri lunghi anni di prigionia Nelson Mandela divenne un appassionato fan di Kinky grazie alla politica/attivista sudafricana Helen Suzman, l’unica persona che per 15 anni fu ammessa a visitare il leader anti-apartheid in quel di Robben Island. Bene, costei riuscì a passargli una cassetta di Sold American (1973), lo strepitoso esordio del cantautore, che divenne un must degli ascolti notturni di Mandela il quale, fra l’altro, una volta libero dichiarò Ride ‘Em Jewboy essere una delle sue canzoni preferite (gran gusti, eh?). Adesso Friedman chiude la partita – con lui emozionato nel raccontare il “suo” Mandela («Scuoto ancora la testa in segno di stupore al pensiero di Mandela in gattabuia che ascolta i mei dischi», ci fa sapere…) e noi altrettanto commossi ad ascoltarlo. Siamo già stesi!

Pezzo numero 2 – e si continua a volare alti, molto in alto. L’ultima volta che vedemmo Friedman dal vivo (Zurigo, 2016), lui stesso ci confidò chiacchierando prima del concerto che aveva in mente una canzone che sarebbe stata perfetta se l’avesse cantata Willie Nelson. Eccola. È naturalmente Resurrection, che i 2 fanno in duetto sulle ali di una robusta ballata up tempo e che parla di vita che scorre e di seconda chance che dev’essere concessa a tutti. I brother, detto in breve, che se la spassano sapendo di essere semplicemente superiori. Dicevamo di straight country: godetevi Greater Cincinatti, che non è un peccato pensare in un ipotetico, e ora impossibile, disco insieme di George Jones con gli Asleep At The Wheel; Me & Billy Swan, dedicata al grande outlaw countryman che scrisse il classico I Can Help nonché ai vecchi tempi pard di Kris Kristofferson; Ai! Mariachi!, tocco mexican che avrebbe fatto felice il regista Sam Peckinpah; A Dog In The Sky, languida ballata con la steel guitar a dettare legge; Spirit Dad, robusto quanto spiritato country ’n’roll; e Carrying The Torch, valzerone perfetto per chi volesse cimentarsi con una figure dance in un honky tonk bar texano.

Resurrection ha però anche un’altra faccia, quella del poeta cosmico, degno si stare accanto a suoi amici come i già citati Dylan, Waits e Kristofferson. Già, perché quando sfodera ballate-a-dondolo, carme alla vita on the road, quella che tizi come lui hanno vissuto davvero – Kinky Friedman non è secondo ad alcuno. E in tal senso la tripletta I Love You When It Rains (che godimento piano e organo opera del Little Feat Bill Payne), The Bridge That Wouldn’t Burn e sopratutto l’autoritratto folk-blues Blind Kinky Friedman (altro standout dell’intero lavoro), è opera di un uomo-di-canzone il quale non ha perso quel particolare tocco che differenzia pur bravi artigiani e geni tout court: prodigio che lascia davvero impressionati per come sappia sfiorare i luoghi più remoti del cuore e dell’anima con il suo magico potere di songwriter-songperformer, sempre in assoluta grazia divina. Parola di umili messaggeri di vero kinkysterismo!

Foto: Kinky Friedman con Willie Nelson
Il “songwriter-songperformer” con Larry Campbell

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