Music

Jacqui McShee & Kevin Dempsey – From There To Here (McDem Records)

Bert Jansch e John Renbourn non ci sono più, ma il talento degli altri 3 Pentangle non può finire sprecato nel turbinìo del tempo – o, più precisamente, del tempo che dimentica. Se camminate con lentezza, se l’ascolto della musica non è uno schizofrenico vortice Youtube-Spotify-iTunes-Deezer-esolodiosacosaltro – ecco, se tutto questo: sappiate che Jacqui McShee, una delle grandissime cantanti della musica britannica e mondiale tutta, al suo “piccolo business” non ha mai rinunciato, fra concerti in varia guisa e dischi che sono sempre un piacere per le orecchie, tipo l’ultimo che ricordiamo, quel Take Three (2013) con il marito Gerry Conway e Alan Thomson. E adesso ecco la sorpresa, peraltro attesa già da un po’ visti i numerosi concerti fatti negli ultimi 2 anni dalla “strana coppia” (compresa una fugace apparizione in Italia, nell’estate 2018): il 1° disco in duo con Kevin Dempsey, ex leader dei Dando Shaft, bella quanto dimenticata formazione inglese che al principio degli anni 70 si muoveva fra prog, psichedelica, folk e jazz.

Jacqui McShee e Kevin Dempsey, Giardini di Palazzo D’Avalos, Vasto (CH), Agosto 2018, © Cico Casartelli

Piccola precisazione: non è la prima volta che si assiste a un incontro PentangleDando Shaft, giacché il polistrumentista ed ex Dando Martin Jenkins fece comparsa accanto a Bert Jansch nel capolavoro Avocet (1979). Adesso, 4 decenni dopo, eccoci all’atto II dell’incontro fra i 2 gruppi, con altri protagonisti però. Benvenuti a From There To Here, uno di quei dischi che se lo volete dovete andarlo a cercare, spinti dalla passione e nient’altro. Jacqui e Kevin (quest’ultimo lo avevamo lasciato con Off By Heart del 2017 – condiviso con Joe Broughton dell’Urban Folk Quartet) sono 2 folkie vecchio stampo, non aspettatevi annunci roboanti né strategie di marketing studiate a tavolino, nemmeno spamming in Facebook e social network vari. “What you see (and hear) is what you get“, dicono nella Vecchia Albione.

Jacqui McShee

Con tutto il ben di Dio di conoscenze che possono vantare i 2, la coppia opta per la soluzione più disadorna: niente ospiti, solo la voce più che incantevole di Jacqui e quella smooth di Kevin – Kevin che gestisce anche il “reparto corde”. Una decina di pezzi, più o meno equamente divisi fra traditional rielaborati e materiale nuovo per lo più scritto insieme. Fra i primi, spiccano Lord Franklin, capolavoro dei Pentangle versante Renbourn che illuminava Cruel Sister (1970); Innisfree, poema musicato tratto da L’isola del lago di Innisfree del poeta irlandese William Butler Yeats; e Jack Monroe, noto come Jack-A-Roe nelle interpretazioni regalate negli anni da Grateful Dead, Joan Baez e Bob Dylan, che i 2 riportano alle antiche origini scozzesi. Fra i secondi, assolutamente di gran valore il sincopato Beautiful Island, che Jacqui fa sapere essere ispirata a quella volta che «…io e la mia famiglia ci trovammo in vacanza alle Bahamas nel 1992 e l’uragano Andrew apparve all’improvviso, al che ci rifugiammo nella sala da ballo del resort dove eravamo ospiti e l’unica compagnia erano un pastore evangelico con i suoi adepti» (humor britannico come si deve…); e Telephone Lies, dove Kevin tira fuori il miglior cantautore in sé, dalla vena Tom Rush/James Taylor.

Kevin Dempsey

Cappello su tutto, la riuscitissima e “lievecover di Nature Boy, lo splendido pezzo del repertorio fine anni 40 di Nat King Cole scritto da quello che fu il 1° hippie della musica americana, il leggendario eden ahbez (scritto minuscolo, come lui stesso voleva – citato e venerato da molti colleghi quali Grace Slick, Donovan, Brian Wilson e Alex Chilton). Per il resto, lo spazio “da lì a qui” coperto da Jacqui McShee e Kevin Dempsey è coltivato come meglio non si potrebbe.

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