Music

Reeves Gabrels – The Sacred Squall Of Now (Rounder Records/Concord)

Gli allenamenti con David Bowie, più che idoneo sparring partner, hanno avuto il loro perché, dal momento che ha accompagnato le danze live del Duke assieme al combo avanguardistico degli La La La Human Steps (1990); ha fatto parte della trilogia dei british-american Tin Machine (1989-1991-1992); ha dato un piccolo, ma sostanziale apporto a Black Tie White Noise (1993); ha partecipato a 1.Outside (1995). Ovvio, se Bowie non avesse creduto nel talento di Reeves Gabrels, il bostoniano dalla paciosa faccia da bancario avrebbe appeso la sua chitarra al chiodo non intravedendo sostanziali sbocchi artistici per il futuro, succosa militanza nei Cure inclusa.

Dunque è bene che le cose siano andate così: Gabrels s’è confermato quell’uomo di plettro dalla gran tempra che nel 1995 ha dato sostanza a The Sacred Squall Of Now, l’agognato esordio solistico che si sta ben giocando le carte su Spotify per gli orecchi più attenti. Album dentro il quale Reeves mette idee talmente precise da annichilire la via alla sperimentazione chitarristica tracciata da Robert Fripp, Adrian Belew e John Zorn. “No keyboards, synthesizers or vibrators were used in the making of this record“, è l’avviso a piè di copertina del disco. Ergo: chitarre elettriche, ritmiche, acustiche a 12 corde, nonché (letteralmente) texture, tremolo, spook, baritone, resophonic, pedal steel, slide, orchestral, outside, malcontent e sonic barnacle guitars, con l’accompagnamento di un drumming bello corposo e un basso bello pimpante.

L’intento di Reeves Gabrels è lapalissiano: fondere rocciose bordate metalliche alla Steve Vai con ultrarapidi a solo dall’impronta sperimentale ottenendo suoni inscalfibili, precisi, giostrati in feedback. E se la sua voce non è proprio il massimo della personalità, chissenefrega: è il sound nel suo insieme, ciò che conta. E oltretutto a cantare nel 1° pezzo, 119 Years Ago, è Frank Black il quale tramuta un rock and roll muscolare così in puro Pixies style, con il bonus di aperture glam che danno a Gabrels la possibilità di sfoggiare uno stile che non può non ricordare Mick Ronson. Proseguendo: Say That Now è una ballad elettroacustica dove l’aria che tira è da spy story, Reeves la intona come fosse Neil Young e l’esito è ampiamente positivo; Hosnu è fusion stralunata, etnìa e sperimentazione con un refrain dal retrogusto marocchino che tira in ballo la zeppeliniana Kashmir e Luglio, Agosto, Settembre (nero) degli Area con feedback a manetta nel finale; Thirteen imbocca la strada maestra frippiana e crimsoniana; Firedome è tutta convulsioni, se non trash; Comeback permette a Gabrels di mostrarsi genuinamente acido e psichedelico.

Reeves Gabrels con David Bowie, 1997

Ma ci sono, in The Sacred Squall Of Now, anche pezzi tutt’altro che avantgarde. Se B.M.Y. e Problem simpatizzano con l’FM virando al pop senza peraltro rinunciare a un intellettualismo di fondo (l’uso della chitarra è comunque obliquo, deviante e antipop: Reeves non “canonizza” mai lo strumento), You’ve Been Around e The King Of Stamford Hill vedono la presenza del “datore di lavoro” e coautore David Bowie. Il 1° è una folgorante rivisitazione dell’omonimo brano inserito dentro Black Tie White Noise (là era fin troppo technopop, qui sfodera un’anima virulenta che attualizza il dogma dei Tin Machine, eppoi c’è Hunt Sales a darci dentro); il 2° è avvelenato, distorto, percussivamente punk, ideologicamente dark. Un bell’esempio di coraggio infilzato in un disco come questo, che di sicuro non soffre di timidezze o falsi pudori.

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