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Hawkwind: i grandi vecchi spaziali

Definirli non è facile. Forse il gruppo più famoso dell’underground, o il meno famoso tra i gruppi famosi… Di sicuro è stato (e forse lo è ancora) un cult, malgrado una storia non lineare e il fatto che la band sia una sola persona: il chitarrista Dave Brock. Per quanto gli Hawkwind esistano ancora; per quanto il loro hit Master Of The Universe sia stato utilizzato anche in Italia per pubblicizzare un’automobile Ford, quella da prendere davvero in considerazione è l’epoca eroica che va dalla fine degli Anni ‘60 alla metà dei ’70, quando vengono dilaniati dalla lotta intestina fra Brock e l’altro fondatore, Nik Turner. Quando cambiano nome per poi riprenderlo in una saga che prosegue ancora. Come tutti i gruppi storici dell’underground britannico, non si capisce quanto la loro ispirazione sia frutto di deliri lisergici o di cultura letteraria. Vengono fondati da Dave Brock, attorno al quale convergono giovanissimi musicisti: il batterista Terry Ollis, l’altro chitarrista Huw Lloyd Langton, il sassofonista Nik Turner e l’”elettronico” Michael Davies, detto DikMik. La tecnica non era e non sarà mai il loro forte: Turner dichiarò addirittura che vedeva il sax non come uno strumento a fiato, ma come un mezzo per emettere suoni elettronici; e Brock non è mai stato più che un buon chitarrista ritmico. Tuttavia, si distinsero per la notevole originalità del loro sound: un beat stravolto dagli effetti, dai ritmi ossessivi, con buon spazio dedicato all’improvvisazione. Una specie di ripresa del discorso dei Pink Floyd di Ummagumma, con maggior confusione ma con sincerità. Si crearono infatti, fin da subito, un buon seguito suonando nelle circostanze più svariate, spesso gratis. Il loro “live act” era di grande intensità e senza risparmio, sorretto dalla base ritmica – elementare ma possente – di Simon King. Come chiunque oggi può verificare grazie a YouTube, sapeva creare un grande muro del suono che travolgeva e ipnotizzava gli spettatori.

Considerando le analogie con la contemporanea scena musicale tedesca difficilmente si verrà a capo del dare e avere con la Germania, anche se Dave Anderson fu prima co-fondatore degli Amon Düül 2 passando poi agli Hawkwind per la realizzazione del secondo Lp, In Search Of Space, che rappresenta un sicuro salto di qualità. I pezzi sembrano concepiti allo scopo di essere suonati soprattutto dal vivo poiché si prestano moltissimo a dilatazioni psichedeliche, in particolare You Know You’re Only Dreaming e Adjust Me. Ma il brano storico è Master Of The Universe, un grintoso riff di chitarra fuso benissimo con gli effetti elettronici e un testo dove Brock e Turner danno sfogo a un’ingenua fantascienza vagamente lovecraftiana. Nell’edizione rimixata del ‘96 c’è, in aggiunta, il loro unico hit del ’72: Silver Machine. Anche qui c’è un riff semplice ma azzeccato, una cantabilità rara per i loro standards ma soprattutto l’arrivo di un cantante di ben altro livello rispetto alle voci vagamente salmodianti di Brock e Turner: Ian Kilminster, in seguito famoso come Lemmy dei Motörhead, che sostituisce Anderson al basso. Silver Machine, brano pressoché sconosciuto in terra italiana, ha lasciato un’imprevedibile traccia in Inghilterra: non sono poche le covers, anche se la più importante è quella dei Sex Pistols, sia pure realizzata da vecchi in occasione di un tour per la loro reunion.

Di fatto, nel ‘73 sono uno dei inglesi gruppi più interessanti e il settimanale Ciao 2001 ce li fa conoscere anche in Italia con articoli e recensioni. Inoltre, quell’anno diventa costante la presenza di Bob Calvert come autore dei testi, che offre spessore intellettuale alla fantascienza ingenua e un po’ lisergica di Brock. Già detto che si tratta di una formazione tipicamente live, il disco in studio Doremi Fasol Latido è tuttavia di eccellente livello con pezzi ben strutturati: dal martellante Brainstorm al possente Time We Left This World Today passando attraverso gli episodi migliori, Down Through The Night e Space Is Deep, dove elettronica e acustica si fondono in un insieme di notevole lirismo. Tra l’altro, il secondo brano è forse stato l’unico degli Hawkwind a essere trasmesso alla radio da Per voi Giovani. Nel ‘73 esce anche un 45 giri, Urban Guerrilla: il più godibile e “leggero” che abbiano mai prodotto, ma il cui testo incendiario porterebbe, oggi, alla “damnatio” dei suoi autori (“I’m an urban guerrilla, i make bomb in my cellar, I’m a derelight dweller, I’m a street fightin’ dancer…”) perché, al di là delle visioni fantascientifiche di Calvert, nel gruppo c’è sempre stata una vena anarchica e vagamente insurrezionale. Se poi pensiamo che il singolo è uscito in una fase di ripetuti attentati dell’IRA, bisogna ammettere che a Brock e compagni il coraggio non mancava.

L’inevitabile live successivo, Space Ritual (doppio, dalla favolosa copertina) ha avuto una strana sorte: è stato il disco più massacrato nella storia delle recensioni di Ciao 2001. Il giudizio, datato 25 novembre ’73, non lascia spazio a dubbi: “Un monumento alla noia, alla monotonia, alla mistificazione… La musica degli Hawkwind appare sempre più uguale, chiassosa, irritante… Musica tutto sommato facile, grazie agli intrugli elettronici. La cosa più bella del doppio album è senza dubbio la copertina”. Viceversa, oggi è considerato uno dei migliori dischi dal vivo della storia del rock. Il materiale è tratto da In Search Of Space e Doremi Fasol Latido, con l’aggiunta di alcuni inediti come Born To Go, Upside Down e Orgone Accumulator. Altri pezzi (come Seven By Seven) erano stati eseguiti spesso ma non erano mai comparsi negli Lp precedenti. Il suono è possente ed elettronico, talvolta ripetitivo anche negli assoli, piuttosto improvvisato e anche lirico: le versioni dal vivo di Down Through The Night e Space Is Deep sono dei capolavori; e la potenza di Seven By Seven si può gustare solo in questo disco e non nella versione in studio del secondo Lp rimasterizzato nel ‘96. Fra l’altro, la mediocre qualità della registrazione ottiene l’effetto collaterale di mettere spesso in evidenza i giri di basso mostrando così le buone doti da strumentista di Lemmy: caratteristica che nei Motörhead, dedito come sarà soprattutto al canto, non si noterà più. Proprio Lemmy appare, dopo Space Ritual, come colui che tenta di arginare una tendenza che con l’abbandono di Calvert e di Del Dettmar, appena dopo l’incisione di Hall Of The Mountain Grill e l’arrivo del violinista Simon House, sembra condurre gli Hawkwind verso una sorta di progressivehard”. Il poderoso Lost Johnny, a lui accreditato, appare lontanissimo da un altro pezzo come Wind Of Change, che potrebbe quasi essere uno strumentale della PFM. Lemmy viene cacciato dal gruppo per abuso di droghe, ma considerando l’elevata tonalità “acida” di tutti i componenti il suo allontanamento sembra quasi un pretesto per giustificare una linea musicale ormai divergente.

Di fatto c’è un’involuzione: il livello tecnico è in miglioramento, ma se il nuovo bassista Paul Rudolph è probabilmente più “bravo” di Lemmy, quest’ultimo è una mente musicale di certo migliore. L’impressione di un inserimento nel progressive (che ormai sta irrimediabilmente decadendo) è accentuata dal disco successivo, Warrior At The Edge Of Time, dove la continuità è data dai testi fantascientifici e spaziali di Michael Moorcock, ma con una coralità determinata dalle tastiere in un mix di elettronico e sinfonico alquanto strano. Il ritmo e il mantenimento di ciò che il gruppo era, si vede solo nella grintosa chitarra di King Of Speed, l’ultimo brano. Ancora più strani sono i dischi successivi, che vedono il ritorno di Bob Calvert come cantante decisamente mediocre: il primo, Astounding Sound, Amazing Music, ispirato alla fantascienza Anni ‘50 e ‘60 anche nella copertina, propone brani piuttosto accattivanti (in particolare Steppenwolf), un riff azzeccato e grande spazio all’improvvisazione. Il secondo album, Quark, Strangeness And Charm, vede la fine di un’era: Brock caccia Turner e rimane Paul Rudolph, con Calvert nei panni di mente creativa. Il progresso tecnologico (lo si percepisce in Spirit Of The Age) rende la loro elettronica più pulita che in passato. Brock, malgrado tutto, rimane un ottimo creatore di giri chitarristici; e che il gruppo sia un’entità da palcoscenico lo dimostra proprio un brano di questo Lp, Hassan I Sabha, dall’introduzione arabeggiante che poi si dispiega in un rock grintoso, che diventa addirittura favoloso in un mini Cd dal vivo allegato a un volumetto, Hawkwind: The Never Ending Story Of The Psychedelic Warlord, edito nel ‘92 da Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri.

Problemi col management, amicizie che si perdono e si ritrovano, per qualche anno gli Hawkwind si chiamano Hawklords. Poi riprendono il vecchio nome, ma la band è sempre più un porto di mare dove l’unica costante è Brock; neanche più Calvert, stroncato da un attacco cardiaco nell’88. E la discografia? Diventa di una complessità estrema fra dischi in studio, antologie, inediti da vecchie registrazioni e dischi dal vivo. Proprio le esibizioni live, come l’ideologia fantascientifica, sono coerenti col passato del gruppo. Come negli Anni ’70, anche nei decenni successivi non sono mai mancati light shows, ballerini, giocolieri in scena e un concept album, The Chronicle Of The Black Sword, dedicato alla saga dell’eroe postmoderno (o fantasy che dir si voglia) Elric di Melnibonè, creato da Michael Moorcock. Quanto alla dimensione concertistica il film a loro dedicato, Night Of The Hawks dell’84, o il concerto registrato per la tv a Nottingham, sono esemplificativi: forse solo i Grateful Dead, nella storia del rock, sono paragonabili a loro per l’incidenza della dimensione dal vivo su tutta la loro produzione; ma i nostri con più longevità, un livello medio mai sotto la sufficienza e la capacità di essere trascinanti, anche quando l’età si fa avanzata, sfruttando autentici cavalli di battaglia nati per essere dei live: Ejection, Motorway City e Shot Down In The Night. Di fatto esiste ancora e lavora, il gruppo stroncato nel ‘73 dalla stampa musicale italiana. È infatti dell’anno scorso Road To Utopia, che ripropone i brani Anni ‘70 in versione acustica con Eric Clapton ospite d’eccezione. Se Nik Turner sembra ormai un tranquillo pensionato in camicia a scacchi lontano anni luce dal terrificante aspetto di un tempo, Dave Brock non è cambiato granchè: sembrava un vecchio pazzo quasi 50 anni fa e lo sembra ancora. Meno ricco e famoso, appartiene di diritto alla categoria dei grandi vecchi del rock: più anziano di Mick Jagger, Keith Richards e Iggy Pop.

Foto: Dave Brock (chitarra)
Nik Turner (sax)

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