Music

Gordon Lightfoot – If You Could Read My Mind (documentario diretto da Martha Kehoe & Joan Tosoni, CBC Docs)

Chi verga queste righe una volta scrisse in un periodico, con taglio faceto ma intento molto serio, che se Diego Armando Maradona dice che Francesco Totti è il miglior calciatore che egli abbia visto giocare (come in effetti è accaduto), è un po’ come Bob Dylan che dice di Gordon Lightfoot essere il miglior songwriter che il Nobel abbia udito (idem, accaduto). Roba incontestabile, insomma. Ci devi credere a prescindere, tipo un fedele a messa o inginocchiato verso La Mecca.

In attesa che il canadese classe 1938 di Orillia, nell’Ontario, dia seguito all’eccellente Harmony (2004) con un nuovo album di inediti cui pare essere al lavoro da diverso tempo nei ritagli qui e là del suo personale never ending tour, alla sua veneranda età Lightfoot ha dato il permesso che la sua storia sia scritta fra l’ufficiale e l’onesto. Prima ha concesso a Nicholas Jennings di scrivere Lightfoot (2017), eccellente biografia che davvero si legge in un fiato talmente piena di magnifici racconti che coinvolgono la sua immortale storia musicale e le assidue frequentazioni con Bob Dylan, la Band, Johnny Cash e Albert Grossman – senza scordare il recentissimo Once Upon A Red Eye/Life On The Road With Gordon Lightfoot (2019), scritto dal suo storico tour manager Richard Harison.

Adesso, senza ombra di gossip e solito pudico taglio artistico, arriva il classico documentario che narra una carriera professionale di ben 6 decenni vissuti al top del cantautorato nordamericano, che senza commettere peccato si può tranquillamente menzionare d’un fiato accanto ai grandissimi – Leonard Cohen, Kris Kristofferson, Lou Reed, Joni Mitchell, Robert Hunter, Neil Young, Laura Nyro, John Prine, Randy Newman, Robbie Robertson, Guy Clark e il buddy di una vita Dylan. Benvenuti a If You Could Read My Mind, che naturalmente prende titolo dalla sua immortale canzone del 1970, perfetto documentario diretto da Martha Kehoe & Joan Tosoni che con amore, rispetto e ammirazione racconta vita e musica di Gord. Con tanto di ospiti quali il suo storico discografico/produttore Lenny Waronker, colleghi quali Randy Bachman (Guess Who), Ronnie Hawkins, Good Brothers, Steve Earle, gli ex coniugi Ian Tyson e Sylvia Tyson (Ian & Sylvia), Anne Murray, Sarah McLachlan, nonché fan di lunga data come l’attore Alec BaldwinCon Gord è facile come uno schiocco di dita. Lo senti cantare e sai subito che è lui»).

Tutto inizia con Lightfoot e sua moglie Kim al giorno d’oggi nella loro splendida casa, dove assistono a un filmato con il cantautore e la sua band che eseguono For Lovin’ Me al Johnny Cash Show nel 1969 – e di lì parte una magnifica cavalcata fra immagini di repertorio assolutamente senza prezzo e interventi odierni che mettono insieme il mosaico Gordon Lightfoot, “il songwriter più coverizzato della sua generazione, dopo Dylan”, come recitava un vecchio slogan coniato da quel venerabile gran volpone che fu Grossman (manager sia di Bob sia di Gord). E in effetti il repertorio di Lightfoot è stato coverizzato in maniera massiccia da chiunque: Peter Paul & Mary, Elvis Presley, Billy Lee RileySentire Billy Lee cantare i miei pezzi è stato uno dei momenti più emozionanti della mia vita d’artista», assicurava tempo fa Gord), Grateful Dead, i già citati DylanCashYoung, Jerry Reed, Scott Walker (la sua Sundown tocca vette di rara perfezione), Maria Muldaur, Jesse Winchester, Sandy Denny con i Fotheringay, Harry Belafonte, Nico (I’m Not Sayin’ – dopo una comparsata in una colonna sonora di Serge Gainsbourg, primissimo singolo annata 1965 della futura cantante affiliata ai Velvet Underground, prodotto da Jimmy Page e con Brian Jones in session…), Replacements, Eric Clapton, Liza Minnelli, Jerry Lee Lewis, Christy Moore, Kenny Rogers, Olivia Newton-John, Bad Religion, Cowboy Junkies, Barbra Streisand, Glen Campbell, Diana Krall, Dwight Yoakam, Paul Weller, Dandy Warhols, Ron Sexsmith, fino alla recente alternative band Arbouretum che nel 2013 dedicò al musicista un intero Ep (A Gourd Of Gold, bel gioco di parole con il classico e milionario best of Gord’s Gold del 1975). Una lista imponente ed eterogenea, come si evince facilmente. Aggiungiamo inoltre che i più fini conoscitori di David Bowie sanno che il non ancora Ziggy/Duca epoca folk tardi anni 60 (ma anche dopo) usava la chitarra acustica 12 corde proprio ispirato a Lightfoot: riascoltatevi Janine, Letter To Hermione, Space Oddity e Kooks, poi parliamone.

Il paradiso che è la sua musica ha però visto, come spiega bene questo film, sia inferno sia purgatorio, dovuti a torturate elaborazioni dei suoi pezzi/dischi, lustri di alcolismo, abuso di droga, relazioni amorose piene di inquietudini come quella con Cathy Smith (sua compagnia negli anni 70 – in precedenza nota alle cronache come famosa groupie del giro Band e Rolling Stones, poi come colei che iniettò i fatali 11 speedballs che uccisero John Belushi), fino alle quasi 6 settimane di coma causa aneurisma che nel 2002 hanno rischiato davvero di portarlo via per sempre («Le notizie sulla mia morte sono state ampiamente esagerate», spiegava Gord appena tornato sui palchi, naturalmente citando Mark Twain).

Songperforming imperturbabile, dove l’unica possibilità è il controllo del dolore interiore: questa sembra essere la chiave per comprendere la poetica di Gordon Lightfoot. Per tutti, valga lo splendido passaggio che nel film racconta la genesi di quello che molti (noi compresi) considerano il suo brano più memorabile, Shadows, pubblicato nell’omonimo album del 1982 quando Gordon era all’acme della dipendenza da alcol e altrettanto quando i party selvaggi che nella sua villa di Toronto nel frattempo divennero leggendari: Lightfoot ripreso nella wilderness incontaminata dei paesaggi lacustri-fluviali canadesi con in background il suo pezzo-gioiello, una sequenza che vale più di 1.000 parole – ed è pure grande cinema.

L’ultima parola lasciamola al suo più fervido ammiratore fra le cosiddette celebrities, Robert Allen Zimmerman aka Bob Dylan, che ai tempi delle registrazioni di Oh Mercy (1989) confidò a Daniel Lanois e a Malcom Burn, il team produttivo di quell’album, parole molate ed eloquenti: «Gordon Lightfoot è colui che scrive canzoni perfette. Non potrei mai scrivere come fa lui – se lo facessi, adesso sarei morto. Gordon scrive in un modo… tipo chiudersi in una stanza di hotel, più o meno come una scena di Apocalypse Now. E farlo ogni volta come fa Gordon mi avrebbe ucciso». Null’altro da aggiungere.

Foto: Gordon Lightfoot con Johnny Cash
Bob Dylan, David Bromberg, Murray McLauchlan, Gordon Lightfoot e Leon Redbone

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