Music

Giorgio Gaber. Barbera e Champagne

Prosegue in Lombardia il nostro viaggio alla scoperta della musica d’autore. Stavolta è il turno del grandissimo Giorgio Gaber (1939-2003), pseudonimo di Gaberščik, nato a Milano da una famiglia medio borghese. Ironico, istrionico, sarcastico ma anche confidenziale, malinconico, realista… Potremmo continuare all’infinito ma non ce la faremmo mai a riassumere in modo esaustivo la sua personalità. A me piace definirlo – passatemi il termine – un “geniale futurologo” che ha saputo affrontare e ironizzare problemi del presente, passato e futuro di un Belpaese sì bello e affascinante ma anche e soprattutto pieno di mancanze strutturali e socioculturali dove tangenti, ingiustizie sociali e burocrazia la facevano (e la fanno) da padrone. Credo fosse indeciso se indignarsi davanti a questo scempio, oppure goderselo con entusiasmo ipocrita. Alla fine ha scelto entrambi.

Nel parlare del Signor G, come tutti i suoi estimatori amano chiamarlo, ho però deciso di non soffermarmi su una raccolta in particolare ma di lasciarmi guidare dalle emozioni e dall’istinto come Gaber fa nelle sue canzoni. Ecco perché mi viene da menzionare Barbera e Champagne (1970) dove salta agli occhi con straordinaria e cruda verità che i problemi di un uomo possono essere gli stessi nonostante la differenza tra le classi sociali evidenziata in questo caso dal diverso contenuto del bicchiere: Champagne da una parte, Barbera dall’altra. Perciò può capitare che un ricco “direttore all’onestà” possa dialogare d’amore e solitudine con un altro individuo meno altolocato di lui e al momento disoccupato. I 2, un po’ alticci, provano a socializzare mettendo a nudo le proprie pene d’amore e convenendo a fine nottata una lieve uguaglianza, malgrado la differenza sociale comunque ben sottolineata dal saluto finale.

(“Colpa di quel barista che è un cretino/c’hanno cacciato fuori anche dal bar/guarda non lo sapevo e già mattino/si è fatto tardi ormai bisogna andar/giusto però vorrei vederla ancora io sono direttore all’onestà/molto piacere vede io per ora sono disoccupato ma chissà…”).

Di seguito, ma non per caso, il pensiero vola verso La Libertà (1972/73, da Dialogo tra un impiegato e un non so). Un inno al libero agire, pensare, esprimersi inseguendo i propri ideali sotto l’attenta guida dell’intelligenza e dell’istinto. Salta fuori l’esigenza di andare contro il sistema, contro quei dogmi che i poteri forti vorrebbero inculcare nell’essere umano indirizzandolo verso un’illusoria e deviata idea di libertà e democrazia; manipolandone, in modo occulto, comportamenti e pensieri attraverso i media e la falsa informazione. Ed è proprio in quest’ottica che Giorgio Gaber esprime il concetto cardine della canzone: la libertà non deve apparire come un gesto insolito, un’invenzione atta a compensare una mancanza. Non è uno spazio vuoto e neanche avere semplicemente un opinione, ma è partecipazione.

(“La libertà non è star sopra un albero/Non è neanche il volo di un moscone/La libertà non è uno spazio libero/Libertà è partecipazione”)

Restando in tema, credo si affianchi bene (pur se in antitesi al precedente concetto) la decadenza dell’essere umano. Il risultato è l’annientamento dei valori a favore di una continua e costante voglia di spettacolarizzare e ridicolizzare la vita privata mettendola a nudo dal punto di vista mediatico. Attraverso programmi tv dannosi e fuorvianti, da una parte si promette con una pioggia di gettoni d’oro il raggiungimento della ricchezza facile; dall’altra si sbandierano i più intimi problemi familiari. Ironizzando sulla questione, col solito humour pungente, Gaber si diverte a raccontare un’Italia alle prese con una continua, ridicola ostentazione di tutto. Lo fa con La strana famiglia (1984/85, da Io se fossi Gaber).

(“Vi presento la mia famiglia/non si trucca non si imbroglia/è la più disgraziata d’Italia/Anche se soffriamo molto/noi facciamo un buon ascolto/siamo quelli con l’audience più alto”)

Seguono una serie di esempi che rendono l’idea della direzione imboccata da una certa parte della popolazione sotto l’ipnotizzante influsso delle 2 compagnie televisive, privata e pubblica.

(“Come ti chiami da dove chiami/ci son per tutti tanti premi/pronto pronto pronto tanti gettoni tanti milioni/pronto pronto pronto con Berlusconi o con la RAI“).

Dall’ostentazione dell’audience, si passa con grande lucidità e criticità al malessere personale di un uomo che vede pian piano spegnersi la luce della speranza; allontanarsi l’idea di una scuola di pensiero ormai messa in discussione. Un uomo che si vede sottrarre i diritti ottenuti con lotte sociali e sacrifici per far spazio a un altro genere di paese basato sul consumismo, l’indifferenza, il politicamente scorretto e privo di memoria storica. Con Io non mi sento italiano (2003), Gaber sfoga in una lettera a un ipotetico Presidente tutta la sua rabbia, mantenendo sempre un educato contegno ma con l’intento di essere schietto e tagliente. Utilizza un linguaggio gentile e chiaro, motivando ogni cosa e lasciando a noi italiani una sorta di testamento dei programmi e degli ideali falliti.

(“Mi scusi Presidente/non è per colpa mia/ma questa nostra Patria/non so che cosa sia. Può darsi che mi sbagli/che sia una bella idea/ma temo che diventi/una brutta poesia. Mi scusi Presidente/non sento un gran bisogno/dell’inno nazionale/di cui un po’ mi vergogno”)

Nonostante cerchi di renderci consapevoli di come l’Italia venga ormai considerata da tutti periferia del mondo occidentale, s’infuria e la difende con orgoglio patriottico dai giudizi di chi pensa alla nostra nazione e a noi come a “Spaghetti e mandolini”.

(“Allora qui mi incazzo/son fiero e me ne vanto/gli sbatto sulla faccia/cos’è il Rinascimento”)

(“Io G. G. sono nato e vivo a Milano/Io non mi sento italiano/ma per fortuna o purtroppo lo sono“)

Pur se scritto prima di questo brano, trovo sia giusto terminare con Mi fa male il mondo (1995/96). Epilogo doveroso e importante, con un messaggio rivolto a chi non si rassegna e prova a riflettere, magari cercando soluzioni, su ciò che è diventato il mondo e su cosa siamo costretti a subire da questo controverso sistema.

(“E non riesco a trovar le parole per chiarire a me stesso e anche al mondo cos’è che fa male/Mi fa male il mondo/Mi fa male essere lasciato da una donna… non sempre/Mi fa male l’amico che mi spiega perché mi ha lasciato/Mi fanno male quelli che credono di essere il centro del mondo e non sanno che il centro del mondo sono io”)

Voglio ringraziare Giorgio Gaber per il suo stile che smuove le coscienze e dà ragione a chi spesso viene etichettato come controcorrente, ma che insieme alla massa potrebbe cambiare le cose.

(Perché un uomo solo che grida il suo NO, è un pazzo. Milioni di uomini che gridano lo stesso NO, avrebbero la possibilità di cambiare veramente il mondo”)

E ora io, forse solo o chissà in mezzo a milioni di persone, ho provato a spiegare quello che in fondo non so” (Crise)

Grazie di cuore, Signor G

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