Music

Giangilberto Monti & Ottavia Marini – Maledetti francesi (Freecom/Fort Alamo)

Diciamolo forte e chiaro: Milano dovrebbe essere molto orgogliosa di ospitare come concittadino un artista di spirito libero come Giangilberto Monticantautore/chansonnier (esordio nel lontano 1978 con L’ordine è pubblico?), musicologogiornalista, traduttore, attore (con intense esperienze alla corte di Dario Fo & Franca Rame), letterato e quant’altro, di quelli che quando fanno qualcosa o lo fanno bene o niente! Basti pensare che l’ultima volta che lo vedemmo in azione circa 1 annetto fa in una sala semi deserta e freddissima dell’hinterland milanese, zona Quarto Oggiaro – lui e la sua pard, la bravissima pianista Ottavia Marini, con il recital tratto dal libro Il principe delle notti di Saint-Germain-des-Prés di Giangilberto Monti dedicato a Boris Vian, quella ventina di anime in platea le incantarono. Tutte. Quater gat o una sala piena, non importa. La voglia e l’impegno restano immutati.

Per capire come si arrivi a questo gioiellino che è Maledetti francesi bisogna adoperare la tecnica del flashback. Monti è una vera autorità riguardo il mondo della musica francese, uno di quelli che davvero la conosce per tutti i versi – e che solo quando ne parla ti incanta, arricchendoti. In merito ha già inciso dischi (giusto rammentare Maledette canzoni del 2006) e ha scritto libri davvero interessantissimi, fra cui appunto Maledetti francesi (2010, ristampato e ampliato proprio lo scorso anno) – che era un vorticoso excursus sui grandi della musica d’Oltralpe fine 800/900, dai precursori Aristide Bruant e Yvette Guilbert, paladini della canzone realista, fino all’attualità della rockstar Renaud, passando per Léo Ferré, Boris Vian, Georges Brassens, Jacques Brel e Serge Gainbsourg. Peccato solo che nel libro, parere personale, non siano stati citati se non tangenzialmente né Jacques DutroncFrançoise Hardy, fra i più grandi dagli anni 60 a oggi.

Il disco, quindi, è frutto di un lungo percorso che, paradossalmente, regala il risultato di un album asciutto quanto intenso che vede i soli Monti e Marini coinvolti – uno voce e chitarra, l’altra fra tasti vari (pianoforte, melodica, toy piano). Ed è qui la carta vincente di Maledetti francesi: mettere in luce la diamantina bellezza delle canzoni scelte e tradotte, arricchite dalla verve non comune di performer di Monti. Anche perché, come dice lo stesso artista, se rapportiamo il tutto all’Italia e non solo, da Paolo Conte a Fabrizio De André o da Scott Walker a David Bowie: «Il variegato mondo musicale dei più acclamati chansonniers francofoni non è solo la principale fonte d’ispirazione del nostro cantautoratoma rappresenta anche la cultura europea più innovativa, che Oltralpe ritrova nei contaminatori tra poesia, musica e arti sceniche i propri principali interpreti».

Molto interessante notare in alcuni casi che Monti mantiene la traduzione fatta da esimi predecessori, come Le gorille (Il gorilla) di Georges Brassens fatta da Fabrizio De André, Le méteque (Lo straniero) di Georges Moustaki fatta da Bruno Lauzi e Les amants d’un jour (Albergo a ore) fatta da Herbert Pagani. Il resto è opera di Monti, che non lascia né parole né virgole al caso – sfoderando qualità di traduttore di prim’ordine. Aggiungete la perfetta interpretazione/esecuzione del duo nei 17 numeri e il quadro è fatto, partendo dalla magnifica trilogia a firma Serge Gainsbourg con Le poinçonner des Lilas (Il controllore del metrò)/Je suis venu te dire qui je m’en vis (Son venuto a dirti che me ne vado)/Bonnie And Clyde (La storia di Bonnie And Clyde); passando dalla tetralogia all’evidente grande mito di Monti, Boris Vian, come dimostra anche un suo vecchio, imperdibile volume come Boris Vian-Le canzoni (1995) poi divenuto disco (1997); fino al paio di Léo Ferré, Paris Canaille (Parigi canaglia) e Les poètes (Strani tipi), che pongono sigillo a un album fra i più belli usciti in Italia nel 2019. Roba per quelli che… una volta Disertori, sempre Disertori!

Foto: © Federico Zucchi

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