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Eric Andersen – Woodstock Under The Stars (Alliance)

Arriva un amico – e ti dice: «Vero che farai la recensione del nuovo triplo di Eric Andersen?». Risposta: «Ma è un’antologia – non ha forse esagerato con un altro triplo? The Essential Eric Andersen è del 2018 e aveva già dentro un sacco di inediti. Mi sembra un po’ troppo…». Espressi dubbi sull’abbondanza delle recenti pubblicazioni antologiche, le uscite di Eric Andersen le ascoltiamo a prescindere – e, anzi, questo Woodstock Under The Stars va ben oltre la piacevole sorpresa. È l’antologia di leftover, pezzi rari e gioielli assortiti che ogni vero fan del cantautore di Pittsburgh dovrebbe desiderare – e, in verità, è un disco-Frankenstein che farebbe l’invidia, non si ragionasse per orticelli, di molti paladini del lo-fi, com’è sbilenco e dispari, quasi se non proprio un anderseniano Orphans (2006) di Tom Waits memoria almeno qualcosa di obliquo che lo ricorda.

Eric Andersen

Certo, i pezzi sono per lo più noti ai frequentatori del personaggio – ma qui è l’effetto che fa che conta. Ed è pure certo che magari Andersen negli ultimi anni abbia giocato un po’ a rimpiattino: tipo incidere una serie di dischi-omaggio con cover di suoi colleghi epoca del Greenwich Village solenne anni 60; oppure approntare opere dedicate a scrittori riconosciuti come influenza letteraria quali Heinrich Böll, Albert Camus e, soprattutto, Lord Byron, che ha dato frutto con un album magnifico: Mingle With The Universe (2017). Il Bel Eric, faccia d’angelo che attrasse il suo concittadino Andy Warhol (chi se lo ricorda apparire nel cortometraggio Space del 1965, diretto dal genio della Pop Art? Scommettiamo in pochi…), amico stretto di pesi massimi che si chiamano/chiamavano Joni Mitchell, Bob Dylan, Patti Smith e Lou Reed, sopravvissuto a chi non ce la fece a resistere (Tim Hardin e Phil Ochs, in primis), è uno che la sa molto lunga – e come tutti i grandi raccontafavole il suo apologo te lo sa snocciolare a menadito. Non per nulla qui dentro, con pieno effetto cubista, troverete amici dai nomi giusti che si uniscono al poeta campione delle ballate, quali Garth Hudson (Band), i fratelli Happy Traum & Artie Traum, Rick Danko (Band), Jonas Fjeld, Eric Bazilian, John Sebastian (Lovin’ Spoonful), fino alla più recente moglie Inge.

Il cantautore di Pittsburgh con Tom Paxton e Phil Ochs negli anni 60

Fondamentalmente il triplo è suddiviso nel 1° Cd che raccoglie incisioni live e studio dei primissimi anni 90 fino a metà degli anni 00, mentre il 2° e il 3° riportano una performance passata online una decina di anni fa e che, per fortuna, non si è persa nel mare magnum del world wide web. Ma il bello è saltar qui e là nell’ascolto, tipo come la sempre procurabrividi Moonchild River Song e vedere come essa cambi fra il 2004 e il 2011, lasciando in ogni caso grande senso di una canzone d’aulica bellezza; l’eccezionale rilettura di Come Runnin’ Like A Friend, ospiti gli amici del Trio che mise insieme ormai 30 anni or sono con Danko e Fjeld, intensità da cuoreinmano; le 2 riletture di Rain Falls Down In Amsterdam datate 2001 (tocchi psichedelici) e 2011 (più folkie), tirata apocalittica sull’avvento del nazismo senza evitare che sia pure un monito per i giorni nostri (“Ecco che arriva il 1932/Ecco che arriva il déjà vu/Quelle macchine per bestiame e le stelle gialle/C’era qualcuno che conoscevi/È proprio lì all’aperto/Qualcosa che ha un cattivo odore/Tutte le gabbie sono state rotte/E la bestia sta impazzendo“, recita il refrain); la classicissima Blue River, che nel 1991 suona iper Band (non per niente anche qui compaiono Danko e Fjeld), mentre nel 2011 è un folk quasi gospel al piano; il pesante tocco Leonard Cohen di Woman She Was Gentle; il gioiello di metà anni 70 Down At The Cantina, con quella melodia che profuma di Eric Von Schmidt e della sua Joshua Gone Barbados; Don’t It Make You Wanna Sing The Blues, ballata pianistica con intenso intervento della moglie; o la corale Thirsty Boots, lirico anthem qui giostrato con l’ex Lovin’ Spoonful, Happy e, ancora, la moglie.

Andersen insieme a Lou Reed, fine anni 90

Impossibile tacere anche sulle cover scelte, vedi Buckets Of Rain di Bob Dylan con taglio folk-blues e microfono prestato a Happy, ago & filo di chi gli hootenanny dei 60s li frequentò tutti; ma soprattutto The Dolphins di Fred Neil, recuperata dal tributo Everybody’s Talkin’ (2018), dove l’eccellente rilettura di Andersen è supportata dallo splendido Sebastian, sempre riconoscibile al primo istante quando soffia nell’armonica. A proposito di recuperi, poteva essere ripescata anche la buona rilettura in duetto con Massimo Bubola di It’s Alright, Ma (I’m Only Bleeding), che l’inedita coppia immortalò nel tributo May Your Song Always Be Sung/The Songs Of Bob Dylan Vol.3 (2003). In ogni caso, sappiate che: brillano intense le stelle nel cielo di Woodstock!

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