Music

Davide Tosches – Sulla terra (Private Stanze)

Ne ha fatta passare di acqua sotto i ponti il cantautore piemontese Davide Tosches per dar seguito a Luci della città distante (2014), il suo ultimo album prodotto, fra l’altro, da Giancarlo Onorato. Ma l’attesa ha dato i propri buoni frutti: Sulla terra, 4° capitolo della sua discografia, è un ritorno con stile, dove tutte le impressioni positive che lasciarono i suoi lavori precedenti, qui si confermano e, in verità, maturano per bene. Cosa che si evince da come il nostro abbia in prima persona curato per intero un po’ tutti gli aspetti musicali, salvo affidarsi a qualche sua conoscenza per gli arrangiamenti (Andrea Ruggiero e l’extraLiscio Mirco Mariani).

Tosches fa sapere che il lavoro è nato un po’ tutto al piano – e lo conferma fin dalla prima fragorosa nota, naturalmente di piano, dell’opener Nel nero di notte, che poi cresce con un solenne Nick Cave/Mick Harvey mid Bad Seeds allo svincolo 80s/90s (“Lontano, nel nero di notte dove niente è stretto nelle mie braccia/Lontano, ancora stanotte nell’amore che soffre della distanza“). Un disco di musica che sostanzialmente sorregge il raffinato storytelling, vedi il declamatorio brano guida (“E ora è notte, sulla terra ho il mio posto nell’eterno amore“); o la dolente memoria che pervade Vent’anni (“Amico delle mie notti di nebbia/Ricordi i discorsi dell’arte inutili ma buoni per fumare…“). Emozionante nella propria semplicità anche Diana, dedica alla figlia – che “Nella dolce distanza, dolce distanza nelle mani ora stringi il domani“.

Davide Tosches con Mirco Mariani degli extraLiscio

Fra il meglio di Sulla terra sicuramente Le notti scure, bell’esercizio dove aleggia l’ombra del Joe Henry maturo e, dove, anche qui, il testo è pervaso di versi mai banali (“Bambina che guardavi la luna, sognando il nome del tuo incanto ora sei la regina dei giorni che calma i miei terremoti“). Pioggia è un’altro passaggio chiave del lavoro – così chiave che si merita ben 2 versioni: quella più in linea al resto dell’opera e quella con sottotitolo Abbazia, compito di musica in luogo sacro che inevitabilmente ricorda molto simili operazioni fatte in passato da Franco Battiato (“E prendimi l’anima, portami l’anima nel sogno eterno del tuo amore costante“) ma, volendo, pure il Neil Young che non di rado nell’ultima trentina d’anni si è seduto al pump organ (chi rammenta la versione unplugged di Like A Hurricane, per esempio?). Ultima menzione per La terra emersa, prova di musica circolare fra il già citato Battiato e Max Gazzé per testo denso di introspezione (“Ma il mare, ora calma la mia sete con il sale cambiando l’orizzonte del mio male e terra emerge dal buio, di onde che non riesco più a contare fuori dai confini del mio mare“). Benvenuti, finalmente, Sulla terra.

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