Music

Danny O’Keefe – Looking Glass & The Dreamers (Bicameral Songs)

Esistono le two hit wonder (Patti SmithBecause The Night, People Have The Power) e le no hit wonder (David Crosby – «Ho fatto parte di gruppi di grandissimo successo ma nessuna delle hit era mia», eloquente il Croz). E poi, naturalmente, esistono le one hit wonder – sulle quali sono stati scritti interi libri. Danny O’Keefe da Spokane, stato di Washington, magnifico cantautore post Bob Dylan che esordì nel 1966 e facilmente parte della schiera Eric AndersenTom RushLeonard Cohen, è 1 degli epitomi del concetto one hit wonder: la sua Good Time Charlie’s Got The Blues fu 1 dei grandi successi del più classico cantautorato d’Oltreoceano, quando a dettare legge erano James Taylor, Carole King e Joni Mitchell – già nella versione dell’artista un top 10 nel 1972, quella incisa in O’Keefe dello stesso anno poiché ne esiste un’altra nel precedente Danny O’Keefe del 1970 (vi ricorda ciò che capito con Willin’ dei Little Feat? Rammentate bene…), nel tempo è diventato un classico inciso da una valanga di colleghi (Elvis Presley, Charlie Rich, Simon Bonney, Jerry Lee Lewis, Willie Nelson, Dwight Yoakam, Waylon Jennings, Chris Hillman, Leon Russell, Mel Tormé e molti altri). Da allora, in termini di mera pecunia, ha probabilmente vissuto di rendita ma, ciò nonostante, anche inciso una dozzina abbondante di spesso ottimi album per palati fini amanti della cosiddetta musica d’autore (doveroso ricordare la lunga absentia per quasi tutti gli anni 90). A tal proposito, basti menzionare che Jackson Browne, nel pluri-milionario Running On Empty (1977), riprese la sua strepitosa The Road, ben nota pure in Italia grazie alla splendida traduzione fattane da Ron nel 1980 – e incisa da Rosalino Cellamare con Lucio Dalla e Francesco De Gregori. Piccolo aneddoto: DO’K vanta anche pezzo scritto con Bob Dylan, il misconosciuto Well, Well, Well – che il futuro Nobel abbozzò nel 1985 e che mandò al collega una dozzina d’anni dopo per essere completato. Detto, fatto: se interessa, la trovate in Runnin’ From The Devil (1999).

Danny O’Keefe

Lunga introduzione che ci porta dritti a Looking Glass & The Dreamers, nuovo sforzo che va ben oltre la sorpresa o il revival di un cosiddetto has been. Tutt’altro, O’Keefe, qui lo troviamo in forma più che mai. Il disco, anzi, è qualcosa che il venerabile Danny non ha aveva mai fatto: un concept album. Nella fattispecie dedicato a Chief Looking Glass, a Chief Joseph e ai Nez Percés, ossia Capo Specchio, Capo Giuseppe e i Nasi Forati, tribù dell’Altopiano di Columbia nel nord-ovest della Confederazione fra Washington, Oregon e Idaho – tribù tra i più grandi e fieri oppositori del governo degli Stati Uniti che nel 19° secolo aveva come unico proposito lo sterminio dei Pellerossa. Intento che riuscì chirurgicamente. O’Keefe è nato e cresciuto nelle lande dei Nasi Forati – e, sicuramente, ha subìto l’influenza delle storie che girano delle Indian Nation, le riserve indiane. Un background che se amate Peter LaFarge e la sua indimenticabile The Ballad Of Ira Hayes, il Johnny Cash di Bitter Tears (1964), Buffy Sainte-Marie, John Trudell e il Robbie Robertson vintage di Music For The Native Americans (1994)/Contact From The Underworld Of Redboy (1998), beh, questo lavoro fa decisamente per voi.

Quasi 1 ora di musica dove il racconto delle vicende di Specchio (Allalimya Takanin), di Giuseppe (Hinmahtooyahlatkekht/Thunder Sounding-In-The-Mountains, in patois di quelle lande) e dei loro prodi è incisivo, rispettoso e più di tutto inquietante, per come quel popolo fu orribilmente trucidato. Detto in breve: questo non è un lavoro da metter su come sottofondo, l’argomento richiede attenzione – e saprà conquistare con pure una musicalità sopraffina, quella che non è mai mancata a O’Keefe del quale, fra l’altro, consigliamo vivamente ascolto o riascolto della sua opera passata, per quanto davvero ne vale la pena. Prova ne siano passaggi di grandi vibrazione come Jackson Sundown, forse il momento più bello della successione, 5 minuti dove l’arte di parole & musica dell’artista è quantomai a vele spiegate, come pure affine al vecchio amico Browne; Looking Glass, 8 minuti e passa dedicati a Specchio nonché storytelling di prim’ordine; Joseph, ode a Giuseppe che non poteva che iniziare con un fragoroso colpo di tuono; The Captain (Three Sheets To The Wind), chitarre acustiche, piano, organo e tanto altro per una misura di pathos che mette i brividi; fino a Dreamers, anche qui taglio degno di brother Jackson.

Il cantautore americano nei primi anni 70
© Michael Ochs Archives/Getty Images

Tutto con consistenza e profondità dettate dalla voce di Danny O’Keefe che si libra con una patina di pelle pregiata – quella stessa voce che racconta con respiro profondo: «I nostri migliori insegnanti non sono sempre i più saggi. Ho scelto Specchio – o forse lui ha scelto me – per ricordare i miei fallimenti nell’acquisire la saggezza. Saggezza che non trascende l’amore ma ne è modellata dall’interno. E i miei fallimenti, anche nelle maschere di apparente successo, sono stati una miriade, anche se non è il volume ma i momenti chiave dell’evento che contano. È difficile non considerarsi come se avessi fallito a causa di una mancanza di intuizione e saggezza. Specchio ha iniziato a presentarmi agli altri grandi uomini ma, soprattutto, la sua tribù. Mi presentò Giuseppe e tutti gli altri – esseri umani speciali protagonisti di una tragedia americana fondamentale nella nostra storia: la storia dei Nasi Forati e la guerra del 1877 a Bear Paw». Non sembri esagerato affermare che dedicarsi a un disco come Looking Glass & The Dreamers rende migliori – specie di questi tempi irrespirabili.

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