Music

Dan Penn – Living On Mercy (The Last Music Company)

Se ignari di chi sia Dan Penn, vi è da scommettere che in pochi penserebbero a uno dei più grandi autori di canzoni e produttori degli ultimi 60 anni vedendolo nella sua tipica tenuta salopette extralarge, stivaloni, cappellino da meccanico fanatico di motori, orologio Casio al polso e t-shirt/camicia con manica arrotolate. Eppure, quel signore nato 79 anni fa nel cuore dell’Alabama, a Vernon che-chissà-dov’è, ha davvero wrote the book, come dicono gli yankee – ha scritto le regole: basti pensare che It Tears Me Up, The Dark End Of The Street, Out Of Left Field, Cry Like A Baby, I’m Your Puppet, You Left The Water Running e Do Right Woman, Do Right Man arrivano tutte dalla sua ispirazione; oppure il ruolo chiave avuto come man behind fra Memphis e Muscle Shoals, assolute culle della musica americana.

Dan Penn

Nonostante lo status di leggenda vivente, Living On Mercy, il suo nuovo disco è solo il 6° di una carriera in proprio – carriera che comunque vanta splendidi lavori come Nobody’s Fool (1973) e Do Right Man (1994). Mai il detto less is more calzò meglio. Anche perché Mister Penn non vive di rendita di quanto fatto con Aretha Franklin, Alex Chilton, James Carr, Otis Redding o Percy Sledge – ma con quella sua flemma di uomo perennemente fuori moda, con quella voce rotonda e confidenziale, vince e convince. Sempre. Comunque. Giusto perché nei “circoli dei cantautori” che contano il suo nome è buono come l’oro – e bisogna aggiungere che pure come performer ha pochi rivali, con quell’aura di chi non solo è nato in Alabama ma, concedete l’immagine, dal suolo dell’Alabama sembra che sia stato più che altro coltivato, come la più bella e rigogliosa delle piante. In pratica, il suo è un Alabama state of mind. E come ebbe a inventare verbalmente Gram Parsons, a pochi altri cade a proposito quella definizione divenuta leggendaria e, forse, un vero e proprio genere musicale: Cosmic American Music.

Il singer songwriter dell’Alabama negli anni 70

Basti pensare a quella volta, circa metà anni 90, che Dan Penn e il collaboratore di una vita e “metà del suo suonoSpooner Oldham si esibirono alla St. Ann’s Church di Brooklyn, con Lou Reed fra il pubblico sopraffatto dalla bellezza assoluta di quello che stava sentendo, tanto di correre nel backstage a fine esibizione a sentenziare sotto il naso dell’imperturbabile Dan: «Se avessi scritto una canzone fantastica come I’m Your Puppet, avrei smesso di scrivere canzoni in quel momento». Meno male che non accadde, con tutto quello che ha scritto e inciso il NYCman – ma la cosa rende l’idea. In caso vogliate conferma di quanto affermò Reed, cercate il favoloso live del duo Moments From This Theatre (1998) – che è un distillato di classe e di talento che non troverete in molte altre pluridecennali carriere.

Ascolti e riascolti i 50 minuti puliti che dura Living On Mercy e capisci che sia vero che quando Dan Penn canta una delle sue canzoni, succede qualcosa che va oltre il suono. Una luce si accende dentro gli ascoltatori e il mondo assume una dimensione diversa e pacificatrice. Affermare che la sua musica viva di un’essenza che sembra giungere da una fonte superiore non è esagerato. L’album, insomma, è pura magia di chi il mestiere lo conosce da capo a piedi e, anzi, rispetto ai più recenti lavori, i pur belli Junkyard Junky (2008) e I Need A Holiday (2014), qui il sound è più prodotto, summa di tutto quello che fa Nashville, Memphis e Muscle Shoals, grazie anche a una serie di collaboratori di penna e di studio che per lui sono praticamente il focolaio domestico: primo della lista, naturalmente, Spooner Oldham e poi, via via, Wayne Carson, Gary Nicholson, Carson Whitsett, Will McFarlane, Bucky Lindsey, Buzz Cason, Milton Sledge, Michael Rhodes, Clayton Ivey e i Cate Brothers. Manca solo Donnie Frittsahinoi scomparso poco più di 1 anno or sono. E con gente del genere non sono consentite scorciatoie nella creazione delle canzoni – come qui si sente e quasi si tocca.

Con Spooner Oldham negli anni 90

Living On Mercy è un intreccio di storie di amore, di rimpianto e di gratitudine attorno a melodie che hanno molta anima, come si conviene all’uomo che ha, fondamentalmente, inventato il white soul, oltre che scritto fra i massimi classici del black soul. Basti pensare alla favolosa title track, con Dan che racconta in totale pace dello scorrere del tempo e dell’invecchiare; a One Of These Days, splendido gospel dove l’artista si dice pronto in qualsiasi momento alla volontà del Signore; a Down On Music Row, disincantato e divertito sguardo sulla Nashville music factory dei giorni nostri; fino alla splendida Blue Motel, luogo fatiscente dove si incontrano “amanti disperati”, come li definisce lui. Se proprio si vuole cercare il capolavoro assoluto di un disco che, tutto, ha un sapore unico, non andate oltre a Clean Slate: roba che se l’avesse cantata qualcuno dei suoi vecchi clienti ai tempi che furono, state pur certi che sarebbe una melodia che chiunque conoscerebbe come si conoscono tanti altri diamanti vergati Dan Penn. Inchinarsi davanti a un album così e a un artista di tale portata non è solo un obbligo – ma è uno di quei doveri che sono puro piacere.

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