Music

courtney barnett – MTV Unplugged (Milk! Records)

Concedere al Diavolo ciò che gli è dovuto – e che si merita. Tipo all’oramai storica serie Unplugged di MTV iniziata nel 1989, che nel tempo ha regalato trasmissioni e dischi divenuti storici – sia di artisti di lungo corso, sia di nuove stelle del panorama anni 90: Neil Young, Nirvana, Paul McCartney, Alice In Chains, Bob Dylan, R.E.M., Eric Clapton, Arrested Development, Café Tacvba, Rod Stewart, 10,000 Maniacs, Tony Bennett, Eagles, Jorge Ben, Hole, Duran Duran, Pearl Jam, Moraes Moreira (Novos Baianos), Jimmy Page & Robert Plant, Los Fabulosos Cadillacs, Annie Lennox, Stevie Ray Vaughan & Double Trouble e molti altri. Acqua al mulino corporate quanto volete ma che ha offerto gran musica. Girata la boa del nuovo millennio, con la trasmissione via via finita in crisi (insieme a MTV stessa) e con altrettanto gli album Unplugged andati sempre più diradandosi con il mercato discografico drasticamente rimodulato da Internet, il brand della trasmissione oggi non brilla come ai tempi belli ma ogni tanto regala ancora qualche perla – per dire, solo lo scorso anno si sono contattate performance prima di Liam Gallagher e poi dei Who.

Last but not the least, adesso tocca alla migliore cantautricerocker apparsa nell’ultimo decennio di musica: courtney barnett – australiana di Melbourne, eroina delle nuove lesbo-generazioni (non per nulla il suo nome è d’obbligo scriverlo tutto minuscolo, come si fa con la grande canadese k.d. lang), chitarrista mancina di gran doti e soprattutto autrice, a nostra opinione, del più bel debut album del corrente decennio. Stiamo parlando di Sometimes I Sit And Think, And Sometimes I Just Sit (2015), magnifico lavoro che sapeva unire Lou Reed/Velvet Underground, Pixies, Smiths e i Nirvana più soft (quelli dell’MTV Unplugged, appunto) con le pieghe di una cantautrice giovane e brillante come era da molto tempo che non se ne sentivano. Ora, dopo un disco in coppia con Kurt Vile invero deludente, Lotta Sea Lice (2017), e il buon Tell Me How You Really Feel (2018), a sorpresa la deliziosa e alternative barnett si inventa questo MTV Unplugged, prima andato in onda Down Under e adesso pubblicato in vinile/Cd/Mp3.

Siccome la poco più che 30enne di Oz è un’artista speciale, l’operazione è tutt’altro che un regalino a una grande corporation in cambio di sicura visibilità. Semmai MTV Unplugged è il modo per un ritorno alle proprie radici, dopo il successo mondiale ottenuto fra estenuanti tour un po’ ovunque e premi raccolti a tutte le latitudini. Ci spieghiamo. Il concerto è stato registrato il 22 ottobre 2019 fra le mura dell’Howler di Brunswick, stato di Victoria in zona Melbourne, accogliente club arredato come se fosse un serra dove fin degli esordi la barnett è di casa. Politically correct o no che possa risultare, courtney tiene anche a sottolineare che il locale si trovi «in terra Wurundjeri – e che per sempre quella sarà terra aborigena».

Il ritorno alle origini australiane è evidente anche nella cover di Charcoal Lane in duetto con Paul Kelly, laggiù cantautore fra i più rispettati fin dai primi anni 80: non per nulla i 2 scelgono un bellissimo e solenne pezzo dell’aborigeno Archie Roach, anch’egli cantautore molto apprezzato nella terra dei canguri (negli anni 90 costui ebbe anche un certo successo in Europa). Sempre nel nome del Down Under, cascano in piedi anche i duetti con la cantautrice Evelyn Ida Morris nella pianistica Nameless, Faceless e con il neozelandese Marlon Williams nella spigolosa Not Only I (cover delle Seeker Lover Keeper, estemporanea band all female anch’essa della terra di Oz). Della bellezza di Avant Gardner (l’originale è in un Ep del 2013, How To Carve A Carrot Into A Rose) e di Depreston, notare come in entrambi i casi i giochi di parole dei titoli siano ben sottili e umoristici, non ne veniamo a conoscenza solo ora: sono fra i classici del suo ancora esiguo ma robusto repertorio – e le presenti versioni senzaspina sono la cosiddetta prova del 9.

Suggello a questo eccellente regalo ai fan che è MTV Unplugged, la perfetta cover di Leonard Cohen con So Long, Marianne: carattere come se a proporla fosse Kurt Cobain, il violoncello che fa molto Jane Scarpantoni/Lori Goldston (parlando di Nirvana e di Unplugged…) a condurre l’accorato chant del genio di Montreal ma, soprattutto, la certezza che courtney barnett è destinata a brillare molto più di tanti altri in questi anni fragili, iper-mutevoli e sfuggenti.

Foto: courtney barnett con Paul Kelly

Share: