Music

Christy Moore – Magic Nights (Columbia/Sony)

Sua Maestà la musica irlandese, naturalmente Christy Moore. Album dal vivo N° 6 per il magnifico 74enne ex bancario di Newbridge, County Kildare, che esordì con Paddy On The Road (1969). E assai interessante è vedere come l’inner discography dal vivo dell’artista si sia evoluta arrivando a questo doppio Magic Nights. L’ex Planxty/ex Moving Hearts inizia con la pubblicazione di Live In Dublin (1978), accompagnato dai fidi Dónal Lunny e Jimmy Faulkner; fa passare molti anni per presentarsi all alone con Live At The Point (1994); dopo un periodo di assenza dalle scene causa salute, gioca sempre in casa con ancora Lunny e Declan Sinnott in Live At Vicar Street (2002) e con il solo Sinnott in Live In Dublin 2006. Un percorso lineare e rigoroso. Che in tempi recenti ha avuto un piccolo scossone tanto che, come documentato pure in On The Road (2017), Moore è tornato a esibirsi con un gruppo decisamente pingue per i suoi standard. Non siamo ai fasti rinverditi dei Moving Hearts (Sinnott a parte, per quello mancano Lunny, Davy Spillane e tutti gli altri Cuori in Movimento con il loro clamoroso, insuperato e travolgente approccio Irish folk meets rock meets world music) – ma vagamente la direzione è quella, sebbene la bussola tenda sempre e marcatamente alla performance incentrata sul protagonista piuttosto che su quella di una band lanciata come una palla di fuoco in un mare di stout.

Questo Magic Nights riprende esattamente dove lasciò On The Road, tanto che è uscita una versione box set che li unisce entrambi, con un libro di una cinquantina di pagine pieno di foto e di note brano-per-brano dello stesso Moore. Una piccola orchestra folk di ben 8 elementi, guidata dall’inseparabile Declan e dove, per i più attenti, rispetto al doppio del 2017 è assente il figlio di Moore, Andy, ma a cui si aggiunge l’arpista Joleen McLaughlin. E quello che si presenta è un Moore carichissimo, voglioso e trascinante, dove l’età è un mero dettaglio per l’ufficio anagrafe – ma che soprattutto dà una lustrata al proprio repertorio che tiene desta l’interesse. Perbacco, se la tiene!

Chi ha letto l’annuncio del disco avrà sicuramente fatto un sobbalzo nell’apprendere che Christy in scaletta aveva infilato nientemeno che Hurt, il classico di Trent Reznor scritto per i Nine Inch Nails epoca The Downward Spiral (1994), poi ripreso anche con David Bowie durante il tour americano congiunto Duca/Nails del 1995 – ma soprattutto portato all’immortalità da Johnny Cash e Rick Rubin, rendendolo il brano manifesto della serie American Recordings nonché ultimo hit dell’Uomo in Nero in vita, fissato in American IV/The Man Comes Around (2002) e perpetuato in un famoso videoclip.

E adesso tocca a Christy Moore, cuore d’Irlanda nell’universo – peraltro non nuovo a questi impensati coup de théâtre, vedi le cover di America, I Love You (Morrissey) e di Shine On You Crazy Diamond (Pink Floyd) sparse nella sua discografia. Come vi era da attendersi, la versione di Moore è epica, grave, sfonda-emozioni – con l’artista che porta tutti al silenzio dell’ascolto, con quel testo nero e devastante che parla di dipendenza da eroina, cantato con granitico accento Irish. Se non siete smossi, avete dei problemi – qui Christy merita standing ovation e applausi a scena aperta, anche perché dopo cotanti predecessori era facile scadere se non nel ridicolo almeno in una stucchevole retorica. Mai dubitare della caratura di Christy Moore – mai.

Nei 26 brani non vi è solo Hurt ma 1 ora e 45 minuti che non allentano mai né la corda né la tensione né l’emotività, che Moore sa controllare tutt’insieme con una maestria disarmante. Il pezzo dei NIN non è l’unico numero ad apparire ufficialmente per la prima volta cantato dall’artista irlandese ma si contano anche Inchicore Wake, Rosalita And Jack Campbell, Ringing That Bell e soprattutto Sail On Jimmy (Irish Pagan Ritual), orgogliosa ballad che contagia il pubblico che non può esimersi di seguire spontaneamente nel ritornello Christy-Cuor di Leonefolk, nella più alta forma.

La mano-di-bianco, dunque, coinvolge un po’ di classici dell’oramai sconfinato repertorio by Moore: piace tantissimo la straordinaria The Well Below The Valley dritta dall’epoca Planxty, solo voce e l’amatissimo bodhrán; i brividi non si contano in A Pair Of Brown Eyes, capolavoro di Shane MacGowan epoca Pogues che ogni volta che passa nelle mani di Christy forse (maybe!) trova massima espressione; intatta la gloria di Spancilhill direttamente dall’illustre Prosperous (1972), album che fu anche la prova generale dei Planxty; sempre anthemica Before The Deluge di Jackson Browne, che già graziava il 1° album dei Moving Hearts (1981); bella la trovata di rallentare e rendere ancor più vellutata The Reel In The Flickering Light; stesso discorso per Tippin’ It Up To Nancy, voce-bodhrán che in origine trovava posto nel suo album solo più bello, Whatever Tickles Your Fancy (1975), qui molto dilatata nei tempi, magnificamente ipnotica e aggraziata ancora di più con il lievissimo arrangiamento della band posto in coda. Ma quelli elencati sono solo esempi – esempi di un disco dal vivo che gira alla perfezione, scalda i cuori e lascia l’anima ancor più affezionata a quest’assoluto esteta folk che ha travalicato generi, generazioni e geografia, mantenendo integrità umana e artistica a dir poco immacolate. Christy Moore: noi con lui, lui con noi!

Share: