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Bob Calvert. Quel multiforme intellettuale del Rock

Non so chi si ricorda di Bob Calvert, ma quando esisteva ancora la controcultura – o underground che dir si voglia – nella scena inglese fra gli Anni ‘60 e ’70 fu sicuramente un personaggio di spicco a metà strada fra il paroliere, il cantante, il giornalista e lo scrittore di fantascienza. O forse tutte insieme queste cose. Di sicuro, come molta parte dei giovani anglosassoni della sua generazione, era nato nel 1945, si è formato sulla fantascienza perciò fu naturale essere una sorta di compagno di strada di William Gibson e Michael Moorcock, a cui però deve aver unito un certo interesse per la preistoria letteraria inglese – quella del Beowulf per intenderci – o per le mitologie ossianiche, o irrazionaliste in genere. La cosa non deve stupire nel contesto della Londra dell’epoca; o addirittura non deve sorprendere nell’ambito della cultura britannica “sotterranea” del 20° secolo. Ricordiamo che una delle organizzazioni esoteriche più influenti fu la Golden Dawn (Alba Dorata), a cui aderì il fior fiore dell’aristocrazia e anche dell’intellighenzia inglese; che il più famoso satanista, Aleister Crowley, era inglese; che i Led Zeppelin, in molti loro testi, sdoganarono l’esoterismo e l’ossianesimo nel rock. A un tale contesto culturale potremmo collegare Calvert, affascinato sia dal futurismo tecnologico vaticinato dalla fantascienza, sia dall’irrazionalismo delle mitologie nordiche. Tuttavia, malgrado un ruolo importante di giornalista nella Swinging London, è difficile che il suo nome sarebbe emerso a una minima notorietà se non fosse diventato amico di Dave Brock, leader degli Hawkwind, protagonista della scena londinese sotterranea e altamente “chimica” dei tardi Anni ‘60, interessatissimo alla fantascienza e a tutto ciò che suonasse “spaziale”, ma non particolarmente portato alla scrittura dei testi.

Ovvio, perciò, che l’incontro con Calvert rappresentasse un’enorme opportunità per entrambi: soprattutto perché la collaborazione tra i 2 generò il primo dei rari hits degli Hawkwind, Silver Machine del 1972. E così, come situazione abbastanza tipica del rock inglese nei primi Anni ’70, dopo Bernie Taupin per Elton John e Pete Sinfield per i King Crimson, Robert (Bob) Calvert divenne il paroliere del gruppo, spesso presente anche sul palco nelle vesti di cantante o, più spesso, come narratore delle sue composizioni poetiche fantamitologiche. Il rapporto con gli Hawkwind fu piuttosto costante fino al momento della sua morte improvvisa nel 1988. Nella seconda metà dei ‘70 ne era diventato il vero e proprio cantante; e nei suoi testi, stava dimostrando un’ampiezza ispirativa e un’originalità sempre maggiori. Il problema stava nel fatto che il gruppo stabile non lo fu mai, a partire almeno dal ’75. D’altronde lui era un intellettuale a tutto tondo, probabilmente poco adattabile ai ritmi e forse anche, perché no?, alla cultura media di una rock band e di conseguenza (anche qui come molti nel rock inglese) decise di crearsi una carriera parallela, solista, che prese forma nel ‘74 con Captain Lockheed And The Starfighters. Anche qui, come spesso in quegli anni, si parla di un album “concept”; ma l’argomento scelto dimostra da un lato la curiosità intellettuale di Calvert, dall’altro il suo essere ben piantato sulla terra e disponibile alla denuncia a dispetto della sua passione per la mitologia britannica e la fantascienza. Si tratta dello scandalo che negli Anni ‘60 coinvolse il Ministero della Difesa tedesco e i vertici dell’aviazione a causa dei caccia intercettori ognitempo Lockeed F104G Starfighter, acquistati per riequipaggiare la Luftwaffe. Questo aereo, nato per essere caccia intercettore, fu adattato a cacciabombardiere risultando così appesantito e pericolosissimo per chi lo guidava; tant’è vero che ai suoi comandi morì un centinaio di piloti per una serie impressionante di incidenti. Sicchè venne soprannominato “the widow maker“.

Il disco è un mix di canzoni e recitazioni dall’intento satirico. I musicisti che vi hanno suonato erano la “créme” della scena alternativa dell’epoca: da Brock e altri membri degli Hawkwind, a Paul Rudolph, Twink dei Pink Fairies, Arthur Brown e Adrian Wagner. Per non parlare di Brian Eno, grande amico di Calvert. Forse era più godibile nelle rappresentazioni dal vivo dove le recitazioni, come quella che introduce l’Lp, non rischiavano di provocare lo sconcerto dell’ascoltatore. Ma dove si comincia a suonare, bisogna onestamente ammettere che troviamo alcune delle canzoni rock più pulsanti e grintose che si possano ascoltare. The Aerospaceage Inferno è un brano dall’intensa drammaticità dove Lemmy sviluppa una delle sue linee di basso più azzeccate a reggere tutta la struttura del pezzo. Potremmo dire la stessa cosa per The Widow Maker, canzone più vicina allo standard degli Hawkwind, ma soprattutto per 2 capolavori: The Right Stuff, che rendeva ancora di più dal vivo con una lunga introduzione che faceva emergere dal magma elettronico la voce deformata di Bob, il sax di Nik Turner e il basso ossessivo di Lemmy; ma soprattutto Ejection, titolare di uno dei riff chitarristici più semplici e azzeccati di tutto l’hard rock. L’intrinseco potenziale di The Widow Maker, The Right Stuff e Ejection venne compreso subito dagli Hawkwind che, presente o no Calvert, li inserirono subito nei loro concerti diventando parte dei loro pezzi storici; tant’è che nel film a loro dedicato, Night Of The Hawks del ‘90, c’è una grandissima versione live di Ejection.

Non si può dire che al momento dell’uscita il suo lavoro abbia avuto un grande successo. Tuttavia replicò con un nuovo concept album l’anno successivo, intitolato Lucky Leif And The Longships, dove tornava alle adorate mitologie dei primordi anglosassoni ipotizzando come sarebbe stata l’America se, consapevolmente, i vichinghi l’avessero colonizzata. L’idea era originale, la produzione di Eno poteva essere una garanzia ma l’esito, ascoltato oggi a distanza di decenni, è piuttosto deludente. Se il primo Lp soffriva delle lunghe parti recitate ma era compatto, questo risulta eccessivamente dispersivo. Viene quasi l’impressione che Bob Calvert avesse voluto, forse con intento satirico, reinterpretare vari stili del rock statunitense perché, ad esempio, è palese che un pezzo come The Lay Of The Surfers sia una parodia dei Beach Boys. Quello forse più azzeccato è Ship Of Fools: nella cupezza dei suoi toni e anche nella voce lamentosa, ricorda i Black Sabbath. Ma oserei dire come figlio minore di un Dio.

Passato il disco abbastanza sotto silenzio, non per questo la sua attività si è ridotta. Scrisse un’opera teatrale su Jimi Hendrix e poi pubblicò un romanzo, Hype, dedicato all’ascesa e alla caduta di una rock’n’roll star. Nel 1981 decise di trarne un altro disco a cui chiamò a partecipare musicisti poco conosciuti a parte Nik Turner (vecchio amico dai tempi degli Hawkwind) e lo scrittore Michael Moorcock, che qui si cimenta alla chitarra d’accompagnamento. L’album è composto da una serie di canzoni abbastanza brevi: non ci sono i riff indimenticabili di Captain Lockheed And The Starfighters ma neppure la dispersione del secondo disco. Il tono è drammatico ma non troppo: non bisogna mai dimenticare che in Calvert, sotto traccia, non è mai morta un’anima satirica; come non bisogna scordare un sincero atteggiamento d’opposizione: negli Anni ’70, prese forma nel suo attacco allo scandalo degli F104; nell’84, con l’album Freq dedicato ai minatori messi sotto pressione da Margaret Thatcher. Non causalmente inizia con un omaggio a Ned Ludd, cioè colui che distruggeva le macchine agli albori della rivoluzione industriale in Inghilterra; e forse non per caso abbiamo anche qui molti pezzi recitati. Il tono è cupo, il lavoro è fondamentalmente cerebrale, da giudicare come opera d’avanguardia più che come rock. Nell’ultimo disco solista dell’86, Test-Tube Conceived, ritorna al suo primo amore, il tecnologico fantascientifico, dove immagina un futuro terrificante fatto di manipolazioni genetiche, amori artificiali e tristissime esistenze “on line”. A dimostrazione di una certa capacità profetica, sottolineiamo che in quell’anno non esistevano i social networks. Questo disco è forse quello che fa più coincidere la forma col contenuto: sono atmosfere glaciali da Blade Runner, il suono è compatto ed elettronico; e per la prima volta dopo anni c’è una canzone, meglio, una narrazione indimenticabile come Telekinesis. Nessuno può dire come si sarebbe evoluto Robert (Bob) Calvert se la morte non l’avesse colto prematuramente. Di sicuro il suo essere multiforme, il mettersi in gioco, avrebbero prodotto altri momenti interessanti a cui la nozione di rock sarebbe stata stretta. Rimane in ogni caso, con David Bowie, uno dei veri e propri intellettuali della scena rock inglese del secolo scorso.

Foto: La line-up degli Hawkwind nel 1977. Da sinistra: Robert (Bob) Calvert, Ade Shaw, Simon King, Dave Brock, Simon House
© Michael Ochs Archives/Getty Images

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