Music

Bettye LaVette – Blackbirds (Verve)

Per un lungo, troppo lungo periodo Bettye LaVette è stata quello che il grande scrittore/giornalista musicale Nick Tosches avrebbe chiamato unsung heroes, gli “eroi non celebrati” – e meno male che per la Perla Nera del soul nata tanti decenni fa nel Michigan sono arrivati gli anni 2000, che finalmente un po’ di successo glielo hanno riservato! A cominciare dallo straordinario I’ve Got My Own Hell To Raise (2005), album prodotto da Joe Henry che se non foriero di milioni di copie vendute ha comunque avuto il merito di darle quella notorietà che prima le era stata negata. Come si dice, meglio tardi che mai.

Bettye LaVette

Lady Bettye l’avevamo lasciata alle prese con l’album all Dylan Things Have Changed (2018), dove con l’aiuto di Steve Jordan (Keith Richards, John Mayer, Bruce Springsteen) dietro la consolle rivedeva in modo davvero brillante una dozzina di numeri del Nobel, peraltro scegliendo molti pezzi non scontati e, anzi, spesso molto difficili da rendere se non ci si chiama Bob Dylan (vedi Ain’t Talkin’, Do Right To Me Baby (Do Unto Others) e Seeing The Real You At Last). Fra l’altro, in tema Dylan, già nel precedente Worthy (2015), pure quello prodotto da Henry, aveva letteralmente ammaliato con una sbalorditiva Unbelievable – roba che se non la conoscete o non lo avete mai udita, dovete subito correre ad ascoltarla.

Adesso tocca tornare a scegliere un repertorio “composito”, cosa che la LaVette fa sempre egregiamente: benvenuti a Blackbirds: 9 pezzi per 41 minuti dove sfavilla l’incanto di un’interprete che avrebbe meritato molta più gloria di quella che il destino le ha riservato. Jordan è ancora con lei, aiutato da quella assoluta garanzia della seicorde che è Smokey Hormel (Beck, Tom Waits, Johnny Cash, Norah Jones) – insomma, basta poco per continuare nella strada della grande musica, che i più affezionati a Bettye qui coglieranno lievemente più orientata al jazz che in passato.

Bettye con Steve Jordan e Keith Richards

Vi è poco da fare, Mrs LaVette ha il tocco magico: basti solo ascoltare, o meglio, ammirare come rifà uno dei grandi capolavori dei Beatles, il manifesto antirazzista Blackbird, che dal velluto folk McCartney-ano diventa una performance dove il sommesso ma fiero grido black mette i brividi attraverso piano, chitarra discreta e orchestrazione stemperata. Applausi a scena aperta e standing ovation, che la Signora li merita tutti. Visto che siamo in tempi di Black Lives Matter, ecco una favolosa Strange Fruit di Lady Day aka Billie Holiday: tempo sincopato, atmosfera sinistra e i soliti saliscendi vocali che rendono unica la cantante. Sfoderate ancora il miglior applauso che vi riesce!

Come già detto, la LaVette oltre a cantare e a presentarsi come una fuoriclasse, è anche eccelsa nello scegliere il repertorio, mai banale né risaputo. Bellissima, per esempio, One More Song di Sharon Robinson, l’ex collaboratrice di Leonard Cohen: l’eco del grande canadese è palese in tutta l’esecuzione, profonda e al contempo sospesa, dove la bravura della cantante si confonde fra soul e talkin’. Perfetta anche quando ammalia in guisa slow funk con I Hold No Grudge – sì, proprio quella che nel 1967 un pre Twin Peaks Angelo Badalamenti scrisse per l’Alta Sacerdotessa dell’Anima, naturalmente Nina Simone. Il resto, fra un Johnny Mercer (Drinking Again) e un Buddy Johnson (Save Your Love For Me), è semplicemente il compimento di uno showcase dove Bettye LaVette non sbaglia nulla. Lunga vita!

Share: