Music

Bert Jansch – Live In Italy (Earth/Fire)

1977. Per una rumorosa minoranza è l’anno che impose il punk. Per la stragrande maggioranza è quello de La febbre del sabato sera. Per Bert Jansch (1943-2011) è l’anno di un suo disco bellissimo e forse un po’ dimenticato, quel A Rare Conundrum già pubblicato solo in Danimarca come Poor Mouth l’anno precedente, peraltro con leggere differenze, che lo vedeva accompagnato da strumentisti-luminari della musica Brit quali il futuro Dire Straits Pick Withers (batteria), Rod Clements (basso, mandolino, chitarra), Dave Bainbridge (piano), Mike Piggott (violino) e Ralph McTell (armonica). Ed è in quel contesto di decenni addietro che ci catapulta questo flashback Live In Italy: la “scena-del-crimine” è Mestre, a pochi passi da Venezia, dove oggi come allora trovate il Teatro Corso.

Vero musicista on the road per vocazione e per necessità, con Richard Thompson forse il più pronto alla strada di tutti coloro provenienti dalle Isole Britanniche, lo scozzese non faceva in tempo a pubblicare qualcosa che in un palco era già da un’altra parte. Qui, nella fattispecie, lo accompagnano Sam Mitchell (chitarra), Leo Wijnkamp, Jr (chitarra) e soprattutto il jolly dei Dando Shaft, quel Martin Jenkins polistrumentista che un paio d’anni dopo, con l’ex compagno Pentangle Danny Thompson sarà essenziale nell’approntare il capolavoro Avocet (1979). Per il resto, vien facile intendere come questa preziosa registrazione sia giunta a noi: l’appassionato di turno entrò nel politeama, si mise comodo fra il migliaio di accorsi, accese il suo magnetofono e, boom, la magia di Jansch eccola qui intatta, cristallina, conservata nell’ambra. Tanto più che la sound quality è assolutamente di buon livello.

Live In Italy lo metti su – e ti fa subito pensare come il tutto sia molto speciale, anche se è dura superare l’invidia di non esser stati presente! Bypassato ciò, qui siamo al cospetto di un Jansch maturo, pienamente a velocità di crociera della propria arte: il cantautore nell’inquietante penombra del classico Needle Of Death, il chitarrista che incrociò le corde con John Renbourn per vedere chi tra i 2 ne-resterà-solo-uno (e, in verità, non fu così: decenni ad annusarsi e darsi zampate, i 2…), la leggenda Pentangle già consegnata all’eternità, l’assoluto capolavoro in solo L.A. Turnaround (1974) sfornato solo qualche anno prima, l’aurea di musicista leggendario e impenetrabile, la certezza che il futuro avrebbe riservato altri album di sicuro splendore – tutto già lì in valigia. Background solido quanto unico, insomma.

Bert Jansch con Martin Jenkins (Dando Shaft)

Soffiata via la polvere, tocca a 1 ora e 10 di cristalline meraviglie: come Daybreak e la sempre vibrante Blues Run The Game del misterioso Jackson C. Frank, con Jenkins in entrambe puntualissimo al violino; come le preview di Avocet, le lunghe jam Bittern e Avocet stessa; come il bellissimo strumentale Una linea di dolcezza, in omaggio alla terra che lo ospitava (poi ripresa in bella e carica copia nel 1980 in Conundrum/Thirteen Down); come lo strepitoso traditional inglese Pretty Saro, risalente addirittura al ‘700 e che negli anni è passato per i repertori di colleghi quali Jean Ritchie, Judy Collins, Bob Dylan, Davy Graham/Shirley Collins, Doc Watson e Sam Amidon; come il vecchio blues Come Back Baby di Walter Davis, proposto più che mai swingatissimo; come, altro traditional, Cluck Old Hen ripreso dal già citato L.A. Turnaround, qui tutto spigoli e morsi; come il magnifico originale Running From Home, addirittura dal 1° omonimo disco in solo del 1965, per l’appunto quello di Needle Of Death, qui in punta di chitarre e a più voci che si rincorrono.

Arrivi alla fine di tutto Live In Italy, con la schiena che non smette di esser in preda a brividi, e l’unica cosa da farsi è riprovare di nuovo la stessa sensazione, flusso magistrale chez Bert Jansch – impareggiabile sciamano della Cosmic Albion Music sbocciata molti decenni or sono nella sua Caledonia, fra le sconfinate Highland, le bellezze di Edimburgo e i fascinosi fumi di Glasgow.

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