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No More Sweet Music
Hooverphonic
The Magnificent Tree
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Hooverphonic - No More Sweet Music (Columbia/Sony & Bmg)

di Stefano Bianchi

Il brumoso e psycho-analitico trip-hop, quel flusso elettronico lento e avvolgente che ha decretato la fortuna di Massive Attack, Tricky e Portishead, nelle mani degli Hooverphonic ha azzerato il dark esistenziale per approdare all’orecchiabilità lounge. Dal 1996, il trio belga formato da Geike Arnaert, Alex Callier e Raymond Geerts elabora un easy listening ispirato ad Angelo Badalamenti (quello di Twin Peaks) e a John Barry (quello di James Bond), che fonde con raziocinio sintetizzatori e archi. Se fino a ieri i dischi più riusciti degli Hooverphonic erano The Magnificent Tree (2000, con l’epocale lounge-track Mad About You) e il concept-album Hooverphonic Presents Jackie Caine (2002), oggi la palma del migliore va a No More Sweet Music che innesca lo sdoppiamento compositivo e di identità del gruppo. Nel senso di 2 Cd e 11 brani da proporre in duplice veste: More Sweet Music e No More Sweet Music, con scaletta tale e quale.

Quel che balza immediatamente all’orecchio è il miglior feeling possibile fra computer e orchestra, che si dipana nel pop cinematografico di You Hurt Me (non a caso gli Hooverphonic, con la loro musica gonfia di atmosfere che somigliano a colonne sonore, sono i preferiti dai pubblicitari), nel piglio “jamesbondiano” di You Love Me To Death, nel trip-hop sinfonico di Ginger e My Child, nella melodia di Tomorrow che deve molto al repertorio Anni ’70 di Burt Bacharach. Ogni pezzo, lo ripetiamo, viene replicato nel secondo Cd senza l’impiego degli archi ma con l’elettronica e il colpo a sorpresa: è il caso di We All Float, nel primo disco imprevedibilmente orientata al pop-country e nel secondo sofficemente etno; e di Music Box, dapprima in stile Roxy Music e poi virata in raggamuffin’. Parecchia carne al fuoco, d’accordo. Magari un filo di presunzione. Ma gli Hooverphonic escono a testa alta da questo progetto kolossal affidandosi alla voce straordinaria di Geike Arnaert. I veri eredi dei Portishead sono loro. E la “concorrente” Alison Goldfrapp, dopo aver gettato alle ortiche con gli ultimi album tutto il magico di Felt Mountain, dovrà prima o poi farsene una ragione.

www.hooverphonic.com
www.columbiarecords.com


Foto: Gie Knaaps


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