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Viva! La Woman
Miho Hatori e Yuka Honda
Cibo Matto Poster
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CoolRewind - I migliori dischi della storia del Rock: Cibo Matto - Viva! La Woman (1996, Warner Bros)

di Stefano Bianchi

Umore: A MANDORLA
 
Giusto 20 anni fa, il Giappone si muove. Ed è scacco matto delle Cibo Matto. Miho Hatori e Yuka Honda vivono a Los Angeles ma non hanno mai smesso di sentirsi ragazze del Sol Levante; hanno eletto Sessomatto, girato da Dino Risi nel 1973, loro film preferito; intitolano ogni composizione come una pietanza e rivoltano il trip hop come fosse un guanto. Anti-geishe convinte, con Viva! La Woman confezionano una fra le più folgoranti opere prime in assoluto: ironica, erotico/gastronomica, piena d’intelligentissimo “nonsense” e suoni alla doppia panna e al pepe verde. Si parte da Apple: introduzione al sapor di “frippertronics”, trip hop plumbeo, quel non so che di Ryuichi Sakamoto che non guasta, gioco percussivo duro e “waitsiano”. Si capisce subito che le Cibo Matto sono tutt’altro che sprovvedute. Sembrano allinearsi al Bristol Sound, ma è tutta una finta: vanno giù molto più dure e radicali.

Beef Jerky, con quell’aria da operetta, genera una spaccatura fra hip hop e sospensioni elettroniche. E poi, sotto sotto, c’è il “sample” di Vivre pour vivre del nizzardo Francis Lai. Per non parlare di Sugar Water: arrangiamento stile Massive Attack, glicemìa da lounge music, Hung Up di Paul Weller + Sospesi nel cielo di Ennio Morricone campionati. White Pepper Ice Cream è invece un tesoretto di trip hop notturno con polpa rumorista, mentre Birthday Cake è ultraviolenta: quasi una versione femminista dei Red Hot Chili Peppers. Know Your Chicken s’ingrassa con l’hip hop, si ubriaca di funk metropolitano e digerisce il tutto con Frank Zappa. Dopodichè ci sono i 10 minuti e passa di Theme: Miho & Yuka, ingordissime, propongono una “suite” che cita Milano e il Chianti rossosangue; imbottita di etnìa, mambo, ambient music; irresistibile nella prima parte (col “sample” di Tin Tin Deo di Machito & His Afro Cuban Jazz Ensemble), acculturata nella seconda. The Candy Man, miniatura di hip hop e funky dal retrogusto mediorientale, passa il testimone a Le Pain Perdu che dimostra come sia possibile (con le campionature di Caravan, Duke Ellington) fare swing con l’elettronica. L’esatto opposto della conclusiva Artichocke: lenta, minacciosa, col pianoforte che fa a pugni con l’urlo lancinante di una chitarra elettrica. 20 anni dopo, Viva!
 
 

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