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Prince (1958 - 2016)

di Cosimo Calogiuri

Dopo gli stucchevoli servizi dei Tg italiani per la morte di un maestro della musica moderna, fra una banalità e l'altra è apparsa una scena più che edificante: di dolce e struggente malinconia. I fans di Prince radunati dal grande regista Spike Lee davanti alla sua casa, per omaggiare e cantare tutti insieme i brani del genio di Minneapolis in quella che non voleva essere (e non lo è stata) una veglia funebre, bensì una vera e propria festa. Personalmente, quando vedo Spike Lee penso sì ai suoi films ma anche alla sua passione (che ci accomuna) per il basket. E allora, il paragone tra Steph Curry – il più forte giocatore del momento in NBA: non me ne volere Spike, so che sei tifoso dei New York Knicks – e Prince mi è parso limpido e netto. I cestisti, come i musicisti, vengono suddivisi per ruoli e generi: ma sono proprio quelli come Prince o Curry che giocano e suonano a 360 gradi. Quindi sono incatalogabili e impersonano lo sport facendolo diventare Sport e la musica Musica. Se Steph Curry affronta Cleveland e si trova davanti LeBron James che carica da fondo campo, pur regalandogli 25 kg. e 13 cm. gli si butta contro senza paura; e quando oltrepassa la metà campo senza ritmo, quasi fermo e coi piedi storti, con il lungo avversario che lo sovrasta a mani alzate quando un giocatore normale scaricherebbe su qualcun altro, lui fa un pallonetto maligno e va a canestro.
 
Come Curry non è un play e non è una guardia ma è il basket, Prince era tutto e il contrario di tutto. È stato un musicista che ha toccato e fuso ogni genere musicale creando uno stile imparagonabile e inimitabile. Ascoltandolo si poteva pensare a Glenn Miller, a Jimi Hendrix, a James Brown, alle commedie musicali di Broadway, al blues di Saint Louis e a migliaia d’altre cose. Prince non era solo un chitarrista/cantante, ma eccelleva in ogni strumento: nel primo album, For You del 1978, ne suona 18. Qualunque oggetto in grado di emettere un suono, nelle sue mani prendeva forma, brillava di luce propria. Fosse un giro di basso, una rullata di batteria, una rincorsa sulle tastiere, diventava un assolo alla Prince. Parlo con cognizione di causa, avendo avuto il privilegio di vederlo dal vivo nel tour di Sign O' The Times (’87, il suo momento più alto) e in quello di Lovesexy (’88). Salutandolo non voglio parlare di cifre, classifiche o primati: per quelli potete documentarvi tranquillamente in rete. Né voglio citare canzoni in particolare o beatificare un suo disco piuttosto che un altro. Voglio semplicemente ricordare un musicista immenso con lo strumento non musicale che meglio lo ha identificato: un frullatore elettrico gigante in cui inglobava tutto lo scibile sonoro del pianeta triturandolo, masticandolo, digerendolo per poi risputarlo fuori dando vita a suoni aperti, stilizzati, ossessivi. Creando ciò che nessuno è riuscito a creare: la Musica di Prince.
 

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