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Richard Thompson
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Richard Thompson - Still (Proper/Fantasy)

di Alfredo Marziano

Umore: AUTOBIOGRAFICO

Narra la leggenda che nel 1972 Henry The Human Fly, primo album solista di Richard Thompson dopo l’abbandono amichevole dei Fairport Convention, si guadagnò la maglia nera di disco meno venduto nella storia dell’etichetta americana Warner Bros. Qualche settimana fa, per contro, il nuovo Still ha esordito al N° 10 delle classifiche inglesi. Sono dunque cambiati il mercato e l’industria discografica più dello stile e del progetto musicale del pioniere del folk rock britannico, da sempre interessato a mescolare radici e rock and roll, tradizione celtica ed elettrificazione figlia della musica “giovane” e ribelle emersa nella seconda metà degli Anni ‘50 e nei primi ‘60. Still come “resilienza”, dunque. Come cocciutaggine, impegno permanente a fare musica in virtù di canoni e di una visione artistica delineati tanti anni fa. Apparentemente tetragono alle influenze esterne, Thompson – che dalla seconda metà degli Anni ‘80 vive gran parte del suo tempo in California – non si fa condizionare dall’ambiente esterno e continua a sfornare musica squisitamente British nelle storie, nei contesti, nelle scenografie, nei caratteri. Il precedente Electric, realizzato nell’home studio di Buddy Miller a New Orleans, non era un disco alt country o di genere Americana. Allo stesso modo Still, confezionato in una decina di giorni liberi da impegni nel loft di Jeff Tweedy a Chicago, non mostra alcuna somiglianza con le musiche che siamo abituati ad associare al leader dei Wilco, presenza importante ma più che discreta dietro le quinte (a lui si deve la scelta di alcuni arrangiamenti e di una parte dei musicisti arruolati in sala di incisione). Cosicché quasi tutte le canzoni della nuova raccolta si riallacciano a spunti, personaggi e melodie già seminati e coltivati in passato: si tratti dell’inquietudine vagabonda della protagonista dell’iniziale She Never Could Resist A Winding Road (bellissima e solenne, già un piccolo classico del ricchissimo catalogo “thompsoniano”); della sessualità repressa dell’io narrante di All Buttoned Up; della claustrofobica e patologica solitudine di una Josephine incapace di trovare amore; della bambola spezzata (Broken Doll) e mentalmente instabile cui è dedicato l’episodio più “dark” e disturbante del mazzo.

Il cantautore londinese, stavolta, ci aggiunge più biografia del solito (la saltellante Beatnik Walking è la fotografia di uno spensierato soggiorno ad Amsterdam di inizi Anni ’90 con la nuova famiglia), nuovi dilemmi morali (stringere o no la mano insanguinata di un ex terrorista oggi rispettato leader politico in cui molti hanno riconosciuto il presidente del Sin Féin irlandese Gerry Adams: aperto da un arpeggio che ricorda la psichedelìa Sixties di Byrds e Youngbloods, Dungeons For Eyes è uno dei pezzi più intensi e riusciti della collezione) e qualche nuovo ritratto al vetriolo (dietro Fergus Laing, immobiliarista dalle “piccole erezioni” e dalla capigliatura improbabile, si cela un attacco feroce a Donald Trump. Il brano è incluso in un EP di 5 pezzi che arricchisce la versione “deluxe” dell’album). Lì e altrove Thompson armeggia con la consueta perizia la sua Lowden acustica, ma il cuore di Still è ancora una volta elettrico, un viluppo intricato di “riffs” e di assoli amplificato da un “power trio” che accanto al “frontman” mette in campo i rodatissimi Michael Jerome (batteria) e Taras Prodaniuk (basso), prossimi protagonisti con Thompson di 2 date italiane a inizio ottobre. È la loro telepatia musicale, oltre alla qualità media delle canzoni, a fare di Still un disco solido, robusto, vibrante, ancora una volta in sospeso tra folk elettrico (Pony In The Stable), love ballads dal sapore agro (Where’s Your Heart) e cavalcate rock and roll (il jingle jangle di Pattie Don’t You Put Me Down; il ruggito antimilitarista e pacifista di No Peace No End). La vera sorpresa arriva in fondo, con l’omaggio (questo sì, esplicitamente autobiografico) ai Guitar Heroes su cui Thompson si è formato in ore e ore di studio matto e disperatissimo. La trama della canzone è poco più di un esile canovaccio per ricalcare gli stili e i motivi di successo di Django Reinhardt, Les Paul, Chuck Berry, James Burton e Hank Marvin degli Shadows, prima di sfoderare uno di quegli assolo che sconfessano la professione di umiltà del loro discepolo. A costo di allentare la tensione del disco e di apparire didascalico, Thompson ci tiene a farci sapere da dove viene e a costo di quali sacrifici è diventato un padre nobile della musica britannica. Scherzosa e leggera, non è magari la chiosa di Still che avremmo preferito, ma illumina un altro lato di un musicista forse mai così aperto, esplicito ed estroverso in passato.

www.richardthompson-music.com

www.proper-records.co.uk


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