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Una cantina piena di rumore
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Una cantina piena di rumore

di Gabriele Paoli

Pubblicato nel 1964 e intitolato A Cellarful Of Noise, questo libro che vede finalmente la luce in lingua italiana come Una cantina piena di rumore (riferito, ovviamente, al Cavern Club di Liverpool), è l’autobiografia che raccoglie le memorie di Brian Epstein (1934-1967), storico manager dei Beatles, scritta con l'aiuto del prezioso collaboratore Derek Taylor durante il soggiorno di un paio di settimane nella “suite” dell'Hotel Imperial, a Torquay. Quando Epstein la scrive è ancora molto giovane e i Beatles hanno appena “conquistato” l’America. Pertanto, non possiamo definirla un’autobiografia completa ma una “fotografia” di come l’autore vede nascere il successo dei Fab Four. I suoi ricordi partono da quando frequenta le scuole elementari e dai successivi spostamenti della famiglia dovuti alle incursioni aeree tedesche su Liverpool durante la Seconda Guerra Mondiale. Le vicende si susseguono lungo il tormentato percorso scolastico fino alla decisione di abbandonare gli studi e lavorare come commesso nel negozio di mobili del padre. Il servizio militare col congedo anticipato, lo sfortunato tentativo di recitare alla Royal Academy of Dramatic Art di Londra e il ritorno a Liverpool negli affari di famiglia, consentono poi a Epstein di soffermarsi sul momento cruciale della sua vita: l'apertura nel quartiere di Whitechapel di un negozio di dischi e strumenti musicali che viene chiamato a dirigere nel ‘59.

Là, secondo quanto ci racconta la storia (o la leggenda?), un cliente chiede una copia di My Bonnie dei Beatles (disco sconosciuto in Gran Bretagna) che Brian s’impegna a procurargli anche attraverso i contatti con le maggiori case discografiche di cui è distributore nel Nord dell’Inghilterra. Epstein è incuriosito dal nome di quel complesso mai sentito prima, va al Cavern Club per ascoltarlo dal vivo, firma un contratto in cui s’impegna a gestire il gruppo e cerca una casa discografica disposta a concedere ai Beatles almeno un’audizione fino all’incontro con George Martin. Le memorie, poi, si concentrano sul rapporto umano e professionale coi 4 musicisti, sul dilagare della Beatlemania e sulla popolarità acquisita dal gruppo, fino alla metà del ’64. Una cantina piena di rumore, però, non esamina Epstein come persona. In quel periodo, l’omosessualità era un tabù: quindi non viene menzionata escludendo a priori l’immagine introspettiva dell’autore e di come viveva la propria “diversità” nella gestione professionale degli artisti a lui legati. Di contro, è ben evidenziata l’intuizione e il duro lavoro svolto per far diventare i Beatles “più grandi di Elvis”. Ma sarebbe stato più interessante descrivere tutta la vita di Epstein, considerando anche ciò che è avvenuto dopo la stesura del libro: morirà nel ’67, appena 32enne, interrompendo bruscamente la sua forte influenza sul quartetto. Paul McCartney, infatti, l’ha definito “il quinto Beatle” e la sua importanza è ancor più evidente dopo la morte che ha privato il gruppo di una vera “leadership” provocando di conseguenza quei conflitti di personalità che ne hanno causato nel giro di un paio d’anni lo scioglimento. Chissà se Brian Epstein sarebbe stato capace di prevenire tutto ciò… Una cantina piena di rumore, comunque, è ancora degno di una lettura. E non solo per i fans dei Beatles. Permette soprattutto di entrare (in parte) nella mente di un uomo che stava avendo un forte impatto sui tempi e sul futuro della musica.

Brian Epstein, Una cantina piena di rumore. L’autobiografia dell’uomo che inventò i Beatles, Arcana Edizioni, Collana Musica, 192 pagine, € 17.50

www.arcanaedizioni.com

Foto: © Dezo Hoffman Ltd
 

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