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Give My Love To London
Song Give My Love To London
Marianne Faithfull portrait
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Marianne Faithfull - Give My Love To London (Na´ve)

di Stefano Bianchi

Umore: CICATRIZZATO
 
Sono trascorsi 50 anni da quel party, a Londra. Marianne, di anni, ne ha compiuti 17 e viene adocchiata da Andrew Loog Oldham, il manager dei Rolling Stones. Pochi mesi dopo è nella Top 10 con As Tears Go By, canzone scritta da Mick Jagger e Keith Richards. Si consumano i Sixties e lei cade e poi risorge e cade ancora. Umiliata da Jagger, schiava della tossicodipendenza, trattata come una puttana, precipita all’inferno più e più volte per poi riemergere aggrappandosi alla sua voce ormai arrochita dal male di vivere. Alterna la musica a lunghe, dolorose fasi d’inattività. Ma quando entra in sala d’incisione, trova la forza di psicanalizzarsi creando capolavori come Broken English, sul finire dei Seventies. Oggi, Marianne Faithfull ci mostra le sue cicatrici esistenziali traendone ispirazione con Give My Love To London: città maledetta eppure amata. I suoi tormenti, pedinano il fumo della sigaretta che le esce dalle labbra. Questo, prodotto da Rob Ellis e Dimitri Tikovoi, è uno dei suoi dischi più belli in assoluto: drammatico, aspro, vitale. Anche stavolta, Marianne si è circondata di amici musicisti che l’hanno coccolata, sublimata, resa se possibile ancora più grande. Le suonano accanto il chitarrista Adrian Hutley (Portishead), il batterista Jim Sclavunos e il violinista Warren Ellis (The Bad Seeds), il cantautore e tastierista Ed Harcourt.
 
Insieme a lei, Steve Earle ha composto il pezzo che intitola l’album: country-folk arioso con gli archi, serpeggianti, a inserirsi. Poi è arrivato Roger Waters e le ha regalato Sparrows Will Sing: ballata nervosa e incalzante, con quell’intro che riecheggia Waiting For The Man dei Velvet Underground. Nick Cave, invece, le ha riservato Late Victorian Holocaust: gemma oscura e spettrale per pianoforte e archi, con le penetranti digressioni violinistiche di Warren Ellis. Dopodichè, con lei, ha composto la struggente Deep Water. Ed è stata meravigliosa, Marianne, quando s’è confrontata con Ed Harcourt, Tom McRae, Anna Calvi e Patrick Leonard sciorinando rispettivamente True Lies (ai bordi dell’atonalità e poi quieta, quasi disossata), Love More Or Less (disarmante, tanto è commossa), Falling Back (cristallina, con un retrogusto “springsteeniano”) e Mother Wolf che è rabbia pura, ingabbiata dentro suoni martellanti e ripetitivi. Infine le 3 “covers”. Anzitutto Going Home di Leonard Cohen, per voce e piano, che lei ricalca fedelmente e Brian Eno personalizza a modo suo col controcanto; e poi The Price Of Love degli Everly Brothers (rock & roll che sgomita e trascina, sostenuto da un’armonica blues) e I Get Along Without You Very Well di Hoagy Carmichael: le luci si affievoliscono e Marianne, decadente “chanteuse”, teatralizza i suoi tormenti ricollegandosi a 17 anni fa. Ai tempi di Strange Weather.
 
 

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