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CoolRewind - I migliori dischi della storia del Rock: The Velvet Underground (1969, Polydor/Universal Music)

di Stefano Bianchi

Umore: GRIGIO

New York, settembre 1968. Lou Reed convoca al Riviera Café nel Greenwich Village il chitarrista Sterling Morrison e la batterista Maureen Tucker. Dopo aver annunciato che il violista/avanguardista John Cale è uscito dal gruppo, rincara provocatoriamente la dose: «Volete andarvene insieme a lui, o restare con me?». Sterling e Moe sono delusi ma non sorpresi. Sapevano che prima o poi sarebbe accaduto: impossibile far coesistere l’ego di Lou con quello altrettanto straripante di John. I Velvet Underground, dunque, voltano pagina. Entra in formazione il bostoniano Doug Yule, bassista e tastierista sponsorizzato dal nuovo manager Steve Sesnick, fra novembre e dicembre la band incide ai TTG Studios di Hollywood e a marzo ’69 The Velvet Underground è sul mercato discografico. «Ero convinto che non avremmo dovuto realizzare un altro White Light/White Heat», ha in seguito confidato Lou Reed. «Pensavo sarebbe stato un terribile errore e ci credevo davvero. Dovevamo mostrare un lato diverso di noi stessi». The Grey Album (soprannominato così per la copertina grigia che vede il gruppo seduto su un divano della Factory di Andy Warhol, a luci soffuse, fotografato da Billy Name) è ovattato anziché abrasivo, cantautorale anziché sperimentale (fatta eccezione per l’inaspettata The Murder Mystery). Che sia rock (What Goes On, Beginning To See The Light), blues (Some Kinda Love) o melodica (Candy Says, Pale Blue Eyes, Jesus), la cifra compositiva di Lou Reed è chiaramente votata alla “forma canzone”. Il velluto, stavolta, è sostanza. Lo puoi musicalmente “toccare”.

45 anni dopo, The Velvet Underground si moltiplica in 6 Cd: il primo include il “Valentin Mix” delle 10 canzoni; il secondo, il “Closet Mix” di Lou Reed. Infatti, dopo la registrazione e il missaggio dell’album effettuato dall’ingegnere del suono Luis Pastor “Val” Valentin, Lou torna in studio insoddisfatto del risultato e remixa il tutto. A Sterling Morrison, in particolare, non piace: suona in modo claustrofobico, come se fosse stato inciso in un cassetto (“closet”). Negli Stati Uniti, il disco viene pubblicato con il “Closet Mix”; in Gran Bretagna, con il “Valentin Mix”. Le successive ristampe abbandonano il “Closet Mix”, tranne il cofanetto Peel Slowly And See del 1995. Il terzo Cd, offre invece la versione “mono” utilizzata per le copie promozionali più la “single version” di What Goes On. Il quarto, che include il Lost Album registrato nel ’69 ai Record Plant Studios di New York e mai pubblicato, propone Lisa Says, Andy’s Chest, Ocean, Coney Island Steeplechase, I Can’t Stand It, She’s My Best Friend e We’re Gonna Have A Real Good Time Together, che Lou Reed avrebbe in seguito riutilizzato, modificandole, nei suoi dischi solisti. Il quinto e il sesto Cd, infine, presentano il Live At The Matrix inciso il 26 e 27 novembre ’69 nell’omonimo club di San Francisco. Strepitosa la scaletta: si va da I’m Waiting For The Man a Rock & Roll; da White Light/White Heat a Sweet Jane, con contorno di Heroin e dei 37, incendiari minuti di Sister Ray.

www.universalmusic.com

www.velvetundergroundmusic.com

Foto: Michael Ochs Archives/Getty


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