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Lullaby And The Ceaseless Roar
Robert Plant 1
Robert Plant Live
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Robert Plant - Lullaby And... The Ceaseless Roar (Nonesuch)

di Alfredo Marziano

Umore: AFROCELTICO

Country & Eastern. È un “calembour”, un gioco di parole, una freddura inglese. Robert Plant ama definire così la musica del suo nuovo disco. E rende bene l'idea: nel senso che le avventure americane dei 2 album precedenti, Raising Sand con Alison Krauss e T Bone Burnett (6 Grammy Awards e svariati milioni di copie vendute) e Band Of Joy con Buddy Miller e un manipolo di assi della musica “roots”, non sono ripudiate ma restano nel subconscio: anche quando il leggendario “vocalist” e i suoi Sensational Space Shifters – un nome, un programma – rielaborano un vecchio “standard” di Leadbelly (Poor Howard) o scompaginano Little Maggie, classico della musica bluegrass e degli Appalachi, celebrando un matrimonio meticcio e scandaloso tra banjo, kologo (il suo antenato africano) e “loops” nebbiosi come la Bristol che negli Anni ‘90 dava i natali al trip hop (il tastierista John Baggott ha suonato con Portishead e Massive Attack). Ce n'è abbastanza per farsi cacciare dai templi "nashvilliani" del country che solo qualche anno fa l’avevano accolto a braccia aperte, ha scherzato Plant. Ma lì sta il divertimento, la scommessa, il fascino di un disco che tiene a debita distanza anche i Led Zeppelin (e spiega meglio di qualunque dichiarazione perché il "Golden God" se ne senta così distante).

Giusto qualche autocitazione nei testi (la radiosa Pocketful Of Golden inizia con le stesse identiche parole di Thank You, anno di grazia 1969), gli arpeggi aperti di Somebody There (quasi un “mix” fra Tangerine e Over The Hills And Far Away), il “riff” hard di una Turn It Up che più esplicita e autobiografica non si potrebbe: Plant con la radio accesa in auto dalle parti di Tunica, Mississippi, si sente sperduto nello sterminato paesaggio americano e sente forte il desiderio di tornare a casa tra le dolci colline, la pioggia e il gelo dello Shropshire e delle Marche Gallesi. A costo di lasciarsi alle spalle la storia d'amore con la cantautrice Nanci Griffith: di lì il senso di rimpianto e di malinconia che impregna una ballata emozionante e a fior di pelle come A Stolen Kiss; evoca ricordi agrodolci in House Of Love; avvolge in un abbraccio ipnotico Embrace Another Fall, world music come la farebbe il miglior Peter Gabriel (nei cui Real World Studios il disco è stato in parte registrato). Con la sua 6 corde elettrica Justin Adams, empatico “alter ego”, tesse trame da blues del deserto; l'altro chitarrista Liam "Skin" Tyson, barbone e aspetto da guru psichedelico, aggiunge tocchi visionari e il giovane “griot” gambiano Juldeh Camara, stella aggiunta della formazione, evoca il suono ancestrale della madre Africa con il suo violino a una corda, il ritti, mentre la cantante gallese Julie Murphy chiosa con un'incantevole aria tradizionale gallese. Passato e futuro si toccano. Blues, etno e folk si mescolano. Melodie evocative e tamburi a mano africani (Rainbow) celebrano la sintesi fra radici e multiculturalismo. È il ritorno a casa di un viaggiatore del mondo, un esploratore per cui nulla può tornare a essere come prima (neanche il vecchio Dirigibile): Arbaden, che Camara canta in lingua Fulani su un incalzante “groove” elettronico, riprende il tema iniziale di Little Maggie per chiudere Lullaby And... The Ceaseless Roar in maniera simbolica e circolare. Lo dicevano anche gli Zeppelin, ricorderete, che in fondo – ovunque e in qualunque modo la si canti – la canzone rimane la stessa.

www.nonesuch.com

www.robertplant.com

Foto: © Tim Dickeson
 

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