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Ultraviolence
Lana Del Rey
Born To Die
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Lana Del Rey - Ultraviolence (Universal)

di Stefano Bianchi

Umore: SADCORE

Ha stravenduto, con Born To Die (2012), nonostante quegli squallidi complottisti che l’hanno accusata di essere la quintessenza del marketing. Sta replicando grandi numeri con Ultraviolence, eppure c’è ancora chi si ostina a “gossippare” le sue labbra siliconate. Ma lei se ne fotte e tira dritto, fra Ennio Morricone e l’Angelo Badalamenti di Twin Peaks; Julee Cruise e Dusty Springfield; le pellicole “noir” e Mad Men. Procede “hollywoodiana”, la 28enne definita la “versione gangsta di Nancy Sinatra”: immedesimandosi più che mai negli Anni ’50 e ’60. Newyorkese, al secolo Elizabeth Woolridge Grant e in arte Lana Del Rey (l’attrice Lana Turner + l’automobile Ford Del Rey: ma lei non conferma né smentisce), ha inciso il nuovo disco a Nashville, all’Easy Eye Sound Studio di Dan Auerbach dei Black Keys, che ha accettato di produrlo ben deciso a cogliere l’anima “vintage” della ragazza e a irrobustirne il fiuto per le atmosfere “sadcore”. Al contrario di Born To Die, votato alle sontuose orchestrazioni e parzialmente influenzato dal trip-hop, Ultraviolence è più ritmico, chitarristico, “roots”, Americana.

Se al primo impatto questi 11 pezzi danno l’impressione di voler essere monocordi e di somigliarsi un po’ troppo anziché essere ultraviolenti, dopo ripetuti ascolti l’energia chitarristica, gli echi e i riverberi sgranano emozioni, concentrano “pathos”, svelano piaceri sempre nuovi. L’ultraviolenza non è mai di grana grossa ma scorre sottopelle, insinuante e morbosa. Se Cruel World è una ballad fangosa e visionaria pilotata da una voce dolce/urticante, Ultraviolence è un’orecchiabile melodia che caracolla su archi, pianoforte e chitarra elettrica mentre l’ariosa, decadente Shades Of Cool è un geniale “morphing” fra Billie Holiday e Alison Goldfrapp. Brooklyn Baby, viziosa ballata nello stile di Lou Reed e alla maniera (vocale) di Kate Bush, è l’ideale “passepartout” del narco-swing di West Coast seguito da un blues, Sad Girl, riverberato ed estenuante. Annega voluttuosamente nella psichedelìa, Lana Del Rey, quando si abbandona al melodico flusso “pinkfloydiano” di Pretty When You Cry. Poi scivola nel melodramma “dark”, snocciolando Money Power Glory e Fucked My Way Up To The Top. L’epilogo, fascinoso e straniante, è affidato a Old Money che riecheggia il tema del film Romeo e Giulietta di Franco Zeffirelli, composto da Nino Rota; e alla struggente, sognante The Other Woman, “cover” del brano di Jessie Mae Robinson portato al successo da Nina Simone e Sarah Vaughan. Continua a fottertene, Lana. Alla faccia di chi ti vuole male.
 
www.polydor.co.uk

www.lanadelrey.com

Foto: © Neil Krug


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