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Rufus Wainwright - Vibrate: The Best Of (Universal)

di Stefano Bianchi

Umore: INFINITO

Era ancora “di nicchia” e già si preoccupava che sulle locandine dei suoi concerti lo annunciassero fiato alle trombe come “the world’s greatest entertainer”. Adesso che è strafamoso (non ancora in Italia: qui, si sa, l’andamento è lento in tutto) ci ha pensato Elton John a cospargerlo di lodi definendolo «il più grande “songwriter” che c’è sul pianeta». Rufus Wainwright, newyorkese adottato dal Canada, classe 1973, figlio d’arte del cantautore Loudon Wainwright III e della cantante folk Kate McGarrigle (1946-2010), è contemporaneamente “kitsch” e “deluxe”; avvezzo alla “grandeur” orchestrale e a proprio agio nei panni del George Gershwin pop; ironico e melodrammatico; edonista e masochista. Un vero talento, insomma, che se la gode (come quasi tutti i talenti) a depistare chi lo ascolta facendo l’algido un po’ geniale e un po’ stressato (Poses, 2001), il romanticissimo col dente avvelenato (Release The Stars, 2007), il “popular” che non disdegna un tocco di glam rock (Out Of The Game, 2012). E poi, fino a prova contraria e con quel fior di voce, ha avuto il coraggio di confrontarsi con Judy Garland, dal vivo alla Carnegie Hall di New York, immedesimandosi nell’ex bimba prodigio con una “nonchalance” da fare invidia ai pesi massimi del bel canto.

Se lo volete (ri)scoprire per filo e per segno c’è Vibrate: The Best Of, da centellinare se possibile nella doppia Deluxe Edition che oltre ai 18 brani più significativi in carriera ne propone altri 15 rari, in studio e in concerto. Partendo dall’inedita, orecchiabilissima Me And Liza, si passa ai “classici” e c’è l’imbarazzo della scelta fra una Going To A Town al profumo di Burt Bacharach e l’easy listening che incornicia Cigarettes And Chocolate Milk e Out Of The Game; la nuda rivisitazione di Hallelujah (Leonard Cohen) e la “brechtiana” Oh What A World; la sinfoneggiante Dinner At Eight e l’incantevole Tiergarten. Nel secondo Cd, si palesa invece il Rufus da colonne sonore (la pianistica The Maker Makes da Brokeback Mountains, la “beatlesiana” Across The Universe da I Am Sam, la cameristica Complainte de la Butte da Moulin Rouge), il Wainwright di nuovo inedito (e swingante) di Chic And Pointless, quello più evanescente di WWIII e l’abile “entertainer” da palco, fra una Do It Again di “gershwiniana” memoria, una If Love Were All rubata con maestria dal repertorio di Noël Coward e One Man Guy, presa in prestito dal canzoniere di papà.

www.universalmusic.com

www.rufuswainwright.com


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