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Bruce Springsteen - High Hopes (Columbia/Sony Music)

di Stefano Boschetto

Umore: ROCK

Bruce Springsteen non è certo disposto ad affondare nei collaudati ma rigidi schemi di un blue collar rock che ha ormai fatto il suo tempo. Sicchè il suo 18° album in studio è il risultato di esperimenti e arrangiamenti filtrati dalla potenza della “band of brothers” di 17 elementi che lo accompagna da 2 anni in tour. I dubbi di Bruce riguardo al futuro (se continuare o meno a inseguire il vecchio Rock’n Roll Dream senza deragliare nell’Elvis Presley versione Las Vegas) risalgono alla fine del Born In The U.S.A. Tour. Ed emblematico, nel 1989, fu lo scioglimento della E Street Band e la ricerca di nuove strade polverose da percorrere con inediti compagni d’avventura. High Hopes prosegue verso questo indirizzo e il risultato è un rock potente che dà coesione a 12 tracce in apparenza incompatibili fra loro. 3 covers, 3 pezzi che risalgono alle “sessions” di The Rising (2002), la rivisitazione di The Ghost Of Tom Joad e altri brani nati “on the road”, sono un “patchwork” sonoro che ha confuso critici e fans al grido di pochezza d’idee e inaridita vena compositiva. Errore madornale.
 
La “title track” (rilettura dell’omonimo brano dei losangeleni Havalinas, già proposta dal Boss nel ‘93 durante le registrazioni del Greatest Hits), graffia in un’atmosfera “new-orleans-esque” coi fiati in bella evidenza e il “wha wha” chitarristico di Tom Morello. “Dammi aiuto, dammi forza, io ho grandi speranze”, canta Bruce dopo il pessimismo di Wrecking Ball (2012). Harry’s Place, col suo ritmo fra Don Henley e David Baerwald, è invece una corsa notturna in auto in una Los Angeles poco raccomandabile: con sferzate “hard”, il sax di Clarence Clemons e un cantato che arriva dai 57 Channels del più recente passato. Just Like Fire Would degli australiani The Saints e Frankie Fell In Love, con la E Street Band a pieni giri, corrono decise sulle collaudate “backstreets” del Jersey Shore mentre la chitarra di Morello confeziona la versione definitiva di American Skin catturando tutta la drammaticità e la grinta delle “live performances” australiane che hanno visto presente nella “line-up” l’ex Rage Against the Machine. E se Down In The Hole (cupa I'm On Fire del nuovo millennio contrappuntata dal sax di Big Man Clarence con le tastiere di Danny Federici in bella evidenza) è già un piccolo capolavoro, Heaven’s Wall (introdotta dalle percussioni e da un possente coro gospel) si annuncia fin da ora come "show stopper” della prossima tournée. This Is Your Sword è il classico “mid-tempo” che non deluderà i fans della prima ora; e per Hunter Of Invisible Game si preparano già le luci per la coreografia di un valzer salvato dagli affetti e dall’amore. The Ghost Of Tom Joad, pezzo inizialmente nato come rock e “full band”, torna prepotentemente alle origini con la straripante chitarra di Morello che trasforma il dimesso racconto del “vecchio Tom” nell’inno di ribellione barricadera già proposto dal vivo. E dopo tanto furore, The Wall emoziona e Dream Baby Dream dei Suicide commuove. Gran disco rock di Bruce, capace di scandagliare gli stimoli del presente come il David Bowie di The Next Day, High Hopes ha una sequenza di brani che infiammeranno i cuori di chi, come noi, continua a preferire alle strade di montagna lo spettrale paesaggio lunare della New Jersey Turnpike.
 
 
 

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