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CoolRewind - I migliori dischi della storia del Rock: The Velvet Underground - White Light/White Heat (1968, Polydor)

di Stefano Bianchi

Umore: EFFERATO

«Non lo ascoltò nessuno». Parola di Lou Reed. Che aggiunse: «Ma c’è. Esiste. E sarà per sempre l’inavvicinabile quintessenza del punk». Registrato nel settembre del 1967 agli Scepter Studios di New York, prodotto da Tom Wilson e pubblicato il 30 gennaio ’68, White Light/White Heat raggiunge il 199° posto della classifica di Billboard rimanendoci per 2 settimane. Viene ignorato, il “black album” dei Velvet Underground che non vogliono più far marchette con altre femmine fatali tipo Nico. Per eternizzarsi anche con questo ellepì, bastano e avanzano Lou Reed, John Cale, Sterling Morrison e Maureen Tucker. Neri come la pece. Drogati di suoni dissonanti e spossanti. Monocromatici come la copertina del disco. Se quella del Banana Album era bianca, questa è nera da non poterci immaginare proprio nulla, dentro. E invece: se la inclini in controluce, nell’angolo in basso a sinistra intravedi un teschio trapassato da un coltello. L’ha fotografato Billy Name con la benedizione di Andy Warhol ed è il tatuaggio sul braccio destro di Joe Spencer, protagonista del film Bike Boy girato da Andy.

White Light/White Heat è più Cale che Reed. Lou avrebbe preferito sonorità sì dark, ma addomesticate sottoforma di canzoni (pezzi anti sperimentali, in sostanza, che di fatto scandiranno The Velvet Underground e Loaded, ’69 e ’70, dopo che Cale sarà uscito dal gruppo). Ma intanto stravince il gallese, che mette sul piatto i suoi esperimenti in “freeform” architettando composizioni claustrofobiche e dilatate come la declamatoria, incalzante The Gift; la salmodiante, semi catatonica Lady Godiva’s Operation; la cacofonica, squarciante I Heard Her Call My Name ma soprattutto Sister Ray, 17 minuti e 27 secondi di puro delirio in 3 accordi (do, fa e sol) dove a imporsi è l’improvvisazione (se Lou Reed aveva ascoltato e apprezzato il jazz di Ornette Coleman, durante l’esecuzione John Cale vomita rumore assecondato dai “feedbacks” chitarristici dello stesso Reed e di Morrison). Fra le tante (geniali) efferatezze che nei testi assecondano l’alienazione umana e le paranoie metropolitane, c’è spazio per l’anfetaminico rock di White Light/ White Heat (con Lou che tortura i tasti del pianoforte) e per l’insospettabile orecchiabilità melodica di Here She Comes Now. 45 anni dopo, questo capolavoro ostico e affascinante si rimaterializza nella Super Deluxe Edition in 3 Cd. Il primo include la versione stereofonica dell’album più varie “alternate versions”: da Guess I’m Falling In Love strumentale, alle inedite “takes” di Hey Mr. Rain e Beginning To See The Light. Il secondo comprende invece la versione mono e fra le rarità 2 incisioni inedite di The Gift: “vocal” e “instrumental”. Il terzo, infine, è la registrazione del concerto del 30 aprile ’67 al Gymnasium di New York (1 mese dopo l’uscita di The Velvet Underground & Nico) con 5 pezzi in scaletta: Booker T., I’m Not A Young Man Anymore, Guess I’m Falling In Love, I’m Waiting For The Man, Run Run Run e la prima esecuzione in assoluto di Sister Ray. Chilometrica, ovviamente.

www.polydor.co.uk

http://olivier.landemaine.free.fr/vu/


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