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Random Access Memories
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Daft Punk - Random Access Memories (Columbia)

di Stefano Bianchi

Umore: DISCO/CHIC

Et voilà… le French Touch. A metà Anni ’90, la Francia si risveglia dal torpore lanciando una nuova, stilosa pop musique. Danzerecci, “exotici”, fisici, cerebrali, a sbancare le classifiche d’oltralpe (ma non solo) sono St. Germain, Motorbass, Phoenix, Air, Etienne De Crecy, Dimitri From Paris, Benjamin Diamond, Cassius e Bob Sinclar. Ma chi più di tutti presta orecchio al “groove” scannerizzando house e discomusic, è il duo parigino formato da Thomas Bangalter e Guy-Manuel De Homem Christo. Si fanno chiamare Daft Punk (da una recensione sulla rivista Melody Maker del primo disco dei Darlin’, band in cui militavano, che li definiva "a bunch of daft punk", un gruppetto di stupidi teppisti) e nel 1997 debuttano con Homework facendo marciare l’elettronica al ritmo più “à la page”. Seguono Discovery (2001), Human After All (2005), nel 2010 la fugace parentesi della colonna sonora di Tron: Legacy e poi più nulla. Senonchè, a tacitare le malelingue che li davano per morti e sepolti come tante altre bufale elettroniche, nei primi mesi del 2012 Nile Rodgers, Giorgio Moroder e Paul Williams spifferano la loro collaborazione coi 2 casco-muniti. Apriti cielo. L’attesa si fa spasmodica e Random Access Memories prende forma fino a svelarsi album dell’anno. Parbleu!

Mi chiamo fuori dal coro della lode facile, ma vi dico che questi 13 pezzi (esageratamente lunghi: 72 minuti) si fanno comunque ben ascoltare sdoganando un romanticismo discotecaro che indietreggia con “mucho gusto” ai Seventies. Sintomatici di questo viaggio a ritroso, 2 brani stroboscopicamente messi lì, proprio all’inizio: Give Life Back To The Music, pimpante disco-funky con la partecipazione straordinaria di Nile Rodgers (Chic, ai tempi…); e Giorgio By Moroder, col mitico di Ortisei che si racconta mentre a rincorrerlo sono suoni con quel non so che di “poliziottesco” che non guasta mai. Ancheggiante, da film pecoreccio (Edwige Fenech? Barbara Bouchet?) è invece la lounge di The Game Of Love, mentre lo “space-groove” di Instant Crush si avvita intorno al canto “vocoderizzato” e zuccheroso di Julian Casablancas degli Strokes. Si va di strafunky con Lose Yourself To Dance, voce in falsetto inclusa; si prosegue stile Michael Jackson con Get Lucky (starring Pharrell Williams), dopodichè c’è un altro Williams (Paul, che nel ‘77 compose È nata una stella) ad architettare le giravolte di Touch fra strappi di chitarra alla Shaft, elettronica spaziale e lounge music orchestrale. Cinematica e quasi “canterburiana” è Motherboard, mentre Fragments Of Time (con Todd Edwards) profuma di Hall & Oates, Doin’ It Right (con Panda Bear) sa come far schioccare le dita e Contact è la degna chiusura, caciarona e “space age” di questo bigino/ballerino a zampa d’elefante. Daft Punk? C’est chic!

www.columbiarecords.com

www.randomaccessmemories.com

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