Coolmag - music

The Next Day CD
Bowie & Burroughs
Bowie by Jimmy King
home - music




David Bowie - The Next Day (Columbia/Sony Music)

di Stefano Bianchi

Umore: RISORTO

Here I am, not quite dying”. The Next Day si manifesta così, cavalcando suoni nervosi, elettrici, sibilanti. Portandosi appresso una serie di “déjà vu” che vanno da Beauty And The Beast a DJ. Dando seguito agli struggimenti “berlinesi” di una ballata terribilmente bella: Where Are We Now?. Sono qui, per ora non muoio, canta ripetutamente (con una punta di sarcasmo) David Bowie. In troppi l’avevano vociferato in fin di vita, all’improvviso vecchio, indifeso e vulnerabile, dopo l’intervento chirurgico al cuore e il conseguente ritiro dalle scene. C’è chi ha continuato a paparazzare quell’uomo qualunque per le strade newyorkesi. Quell’uomo che gli andava bene così, piuttosto che fingere da artista/ombra di se stesso. E invece, dopo 10 anni (dall’album Reality) Bowie è ritornato spazzando via quel silenzio assordante e quell’assenza ingombrante che fino a ieri sembravano eterne, inevitabili, ineluttabili. E si è vendicato. Di gusto. Con l’orgogliosa forza dei suoi 66 anni messi al servizio del disco N° 30 in carriera: il più creativo dai tempi di Outside, il più rock dall’epoca di Aladdin Sane. Ha iniziato a pianificarlo 2 anni e mezzo fa nel segreto più totale, meditando la propria resurrezione. Dopo aver lavorato su alcuni “demo” e aver messo nero su bianco i testi delle canzoni, ha voluto accanto a sé Tony Visconti (già produttore di classici come Heroes, Scary Monsters e Young Americans), una fidata pattuglia di musicisti fra cui Earl Slick, Gerry Leonard e David Torn (chitarre), Gail Anne Dorsey e Tony Levin (basso), Steve Elson (sax, clarinetto), Zachary Alford e Sterling Campbell (batteria), e nello studio di registrazione The Magic Shop di New York ha creato un “puzzle” del proprio camaleontismo; un’enciclopedia di se stesso che attraversa la polveredistelle (nel senso di Ziggy Stardust) fino a raggiungere schegge d’elettronica e particelle di white soul.

Il glam, nel qui e ora di questo grande pensatore rock che ha avuto la forza e l’orgoglio di rimettersi in gioco, è incastonato in The Stars (Are Out Tonight) con un orecchio tutt’altro che timido a Bob Dylan; nel “mood” nostalgico che griffa Valentine’s Day; nello spicchio temporale Anni ‘70 (zona Aladdin Sane) di (You Will) Set The World On Fire, in compagnia degli Anni ’60 (Kinks di You Really Got Me) e ’80 (Tin Machine, inventati a furor di decibel); nel melodrammatico crescendo di You Feel So Lonely You Could Die, che pizzica Rock’n’Roll Suicide e Drive-In-Saturday per poi svaporare nei rintocchi di Five Years. L'elettronica, mescolata a cortocircuiti elettrici, rispolvera e riaggiorna soprattutto le atmosfere di Scary Monsters e Lodger: vedi l’abbraccio letale di cyber blues e metal che detta le coordinate di Love Is Lost; la fusion incendiaria di If You Can See Me, marchiata a fuoco da un’apocalisse percussiva; il filo rosso di How Does The Grass Grow?, che lega Heroes e Boys Keep Swinging con l’aggiunta di geniali “yah-yah-yah-yah” che a loro volta citano Apache degli Shadows; la granulosa e magmatica Boss Of Me, con il sassofono a far da spina dorsale. È invece la psichedelìa a vincere tra le pieghe di I’d Rather Be High, forte di un sinuoso “riff” chitarristico che incoraggia paragoni con Tomorrow Never Knows dei Beatles, mentre gocce di China Girl inumidiscono il funk (stile Sister Midnight) di Dirty Boys, innervato da scariche elettriche e dagli schiaffi jazz del sax baritono. L’apparentemente più leggera Dancing Out In Space, dal canto suo, occhieggia a Modern Love (epoca Let’s Dance) ma soprattutto alle sonorità Motown. “Sono un profeta, ma sono anche un traditore”, canta il “crooner” Bowie nell’inquietante stile di Scott Walker che (citando The Bewlay Brothers, © Hunky Dory) scandisce la nudità della conclusiva Heat. L’abbiamo atteso dieci anni, ma ne è valsa la pena. The Next Day è un gran disco.
 
www.columbiarecords.com

www.davidbowie.com

Foto: © Jimmy King

stampa

coolmag