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Let It All In
I Am Kloot
Natural History
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I Am Kloot - Let It All In (Pias Recordings)

di Stefano Bianchi

Umore: SOTTOTRACCIA

Arrivano da Manchester, la città che ha lanciato Joy Division, Happy Mondays, Smiths, Verve, Stone Roses, Oasis. Impropriamente inseriti nel New Acoustic Movement di Turin Brakes, Kings of Convenience e Starsailor, non paraculeggiano come i Coldplay, si muovono magistralmente sottotraccia come i Tindersticks, diverranno senz'altro “cult” come i Blue Nile. Si chiamano I Am Kloot, che tradotto significa “sono un coglione”. Magari, prima di sceglierlo come nome tirando in ballo il vocabolo olandese, il cantante e chitarrista John Bramwell se l’è detto quand’era giovane. Dopo aver girovagato per le strade di Parigi come un “busker” senza un soldo in tasca e a stomaco vuoto, potrebbe aver ripetuto all’infinito «I am kloot!» per poi tornarsene a Manchester e decidere di formare la sua band col bassista Peter Jobson e il batterista Andy Hargreaves. Il debutto, “ballad oriented”, è del 2001 con Natural History. Seguono, dal 2003 al 2010, altri 4 dischi in punta di fioretto: I Am Kloot, Gods And Monsters, I Am Klot Play Moolah Rouge, The Sky At Night.

E adesso, con quella copertina che riecheggia i tagli gestuali di Lucio Fontana, Let It All In è la perfetta quadratura del cerchio fatta di stile, eleganza, “verve” compositiva. La voce sempre più “lennoniana” di John Branwell, poi, punge e accarezza ogni singolo brano trasformandolo in gemma preziosa. Prodotto da Guy Garvey e Craig Potter degli Elbow (altra band “mancuniana”), l’album si apre sulle note swinganti di Bullets che all’improvviso innescano cortocircuiti blues. Folkeggianti Let Them All In, Shoeless e Masquerade, mentre Hold Back The Night è una miniatura “dark” giostrata da abili aperture orchestrali e dal canto scartavetrato di Branwell. E se l’orecchiabilità pop pizzica Mouth On Me e le voglie “jazzy” di Some Better Day, una certa enfasi melodrammatica scandisce il rigore di Even The Stars. Assai convincente l’epilogo, affidato a These Days Are Mine (un po’ U2, con contorno d’archi al sapor mediorientale) e alla disarmante nudità acustica di Forgive Me These Reminders. Ha annotato il poeta e romanziere britannico Simon Armitage: “C'è qualcosa di familiare e immediato nella musica degli I Am Kloot, al punto che anche una nuova canzone può trovar posto nel deposito della memoria prima che abbia finito di suonare. Come se l’avessimo ascoltata per anni”.

www.pias.com

www.iamkloot.com

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