Coolmag - music

The Jazz Age
Bryan Ferry & The Orchestra
Josephine Baker
home - music




The Bryan Ferry Orchestra - The Jazz Age (BMG)

di Stefano Bianchi

Umore: RUGGENTE

Per brindare ai 40 anni di carriera con e senza Roxy Music, Bryan Ferry avrebbe potuto fare la cosa più ovvia: pubblicare un gran bel Best pescando nel Pantheon delle sue sfiziosità musicali glam rock sberluccicante (da Virginia Plain a Re-Make/Re-Model), un paio di “covers” fra le meglio indossate (Sympathy For The Devil dei Rolling Stones, A Hard Rain's A-Gonna Fall di Bob Dylan) e qualche purpurea pop song, tipo Avalon e Slave To Love. Invece, il sempiterno “dandy” si è dato al jazz poiché, ha dichiarato, «mi è sempre piaciuto il modo in cui grandi solisti come Charlie Parker prendevano una melodia e la scuotevano per poi ricominciare daccapo con grazia, come se nulla fosse accaduto». Che il jazz fosse nelle sue corde lo si era capito alla fine del 1999: anziché dare il benvenuto al 21° secolo con un disco super tecnologico, l’azzimato inglese aveva scelto di rivisitare con As Time Goes By gli “evergreens” degli Anni ’30: Cole Porter e Rodgers & Hart in prima fila, rilanciati con la sua melliflua voce. Ad accompagnarlo c’era un’orchestra jazz coi controfiocchi guidata dal pianista Colin Good; scoppiettanti strumentisti che lo hanno (ri)coccolato nel conseguente tour e addirittura (a ranghi ridotti ma col “piano man” in evidenza) nel 2001 della “reunion” concertistica dei Roxy Music.

Bene. Quegli strumentisti e quel Colin Good sono i mattatori di The Jazz Age, album di canzoni che si sono meritate una nuova vita. Una vita senza parole. Nel senso che Mr. Ferry ne ha selezionate 13 – “roxyane” e non, da Love Is The Drug a Don’t Stop The Dance, passando per Do The Strand e The Bogus Man – non ci ha rimesso voce e ha proposto alla The Bryan Ferry Orchestra di eseguirle in stile “yellow cocktail music” (© Francis Scott Fitzgerald) tuffandosi nel jazz dei Roaring Twenties e magari tenendo d’occhio una di quelle feste danzanti dov’era bello immaginarsi d’incontrare il Grande Gatsby. Registrato nell’irresistibile, gracchiante mono tipico dei grammofoni a manovella, The Jazz Age trasforma le chicche dei Roxy e da solo in un’effervescente musica da Cotton Club. E allora (in un fuoco d’artificio di fiati, violini, piano, banjo, chitarra e tamburi) ecco che il “glam” diventa “paleo-glam” nel vorticoso swing di Do The Strand e Virginia Plain, e nel “jungle sound” di Duke Ellington che si mette a pizzicare The Bogus Man. E dove c’era il funky, ora c’è il banjo a griffare Love Is The Drug, mentre il “retro styling” di Avalon è tutto un rincorrersi d’esotismi al chiaro di luna, Slave To Love e Don’t Stop The Dance sono balli a perdifiato, Just Like You un languido e swingante “refrain”. E così via, trasportando nell’Età del Jazz anche This Is Tomorrow, The Only Face, I Thought, Reason Or Rhyme e This Island Earth. Mettiamo il caso che prima o poi Woody Allen ascolti questi pezzi effervescenti come bollicine di champagne. Garantito: saranno la “soundtrack” di uno dei suoi prossimi films.       
    
www.bmg.com

www.bryanferry.com

Foto: © Richard Grassie

stampa

coolmag