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Cat Power - Sun (Matador/Spin-Go!)

di Stefano Bianchi

Umore: FELINO

È la gatta sul tetto che scotta. In precario equilibrio su disagi interiori, tempeste del cuore, imbrogli della vita. Eppure, ogni volta, soffiando e sfoderando gli artigli, Charlyn Marie Marshall ha scoperto di averne 7 e anche di più, di vite. Potere dei gatti. E di una gatta come lei, che s’è scelta come nome d’arte Cat Power. Nata ad Atlanta, fuoriclasse dell’indie-rock americano, indecisa se stare sul palco o scappare via, ha fatto della (creativa) indecisione il suo credo compositivo transitando dalle melanconìe esistenziali di What Would The Community Think (1996), ai fantasmatici flussi di coscienza di Moon Pix (’98); dalle oniriche magie di You Are Free (2003), alle estroversioni soul di The Greatest (2006). E quando non le andava di buttar giù nuove canzoni, ha ben rivisitato quelle degli altri in The Covers Record (2000) e Jukebox (2008). All’inizio di quest’anno, la “chanteuse” della musica dark-folk ha deciso di dare un taglio netto al passato e ricominciare. Di più: rinascere, rinunciando una volta per tutte all’alcol (troppe volte su quei palcoscenici, timida e dannata, aveva rivolto le spalle al pubblico stringendo in mano un bicchiere di whisky). Così è fuggita a Parigi, s’è sforbiciata i capelli e ha completato di getto 11 canzoni che per troppo tempo aveva volutamente dimenticato in fondo a un cassetto. Scritto, suonato e autoprodotto, Sun si è volentieri concesso ai mixaggi di Philippe Zdar (del duo francese Cassius) che ha spalmato gran parte dei pezzi di ritmi sintetici e sbuffi elettronici.

Il brano che intitola il disco, infatti, è tutto un acciuffarsi di sintetizzatori e “drum machine”, mentre Real Life paga pegno al technopop come Manhattan: prologo stile Enola Gay degli Orchestral Manoeuvres In The Dark, svolgimento da Stereolab. Particolarissima Ruin, che innesca un latineggiante “loop” di pianoforte per poi derapare nell’elettronica Anni ‘80. Ben architettata 3,6,9, con Cat Power che si gioca la voce fra Annie Lennox e Fiona Apple (somiglia invece a Sinéad O’Connor, fra gli arpeggi chitarristici e il basso ripetitivo di Human Being). Dark (ma con moderazione) è Always On My Own, con un orecchio a All Tomorrow’s Parties dei Velvet Underground. Atipicamente melodica Cherokee, con quel “drumming” nervoso e la chitarra stile The Edge degli U2. Lungo, ipnotico mantra Nothin But Time, con Iggy Pop a fare da “backing vocalist”. Belle toniche, infine, Silent Machine e Peace And Love: glam rockettara (sottolineato T. Rex) la prima, con quel non so che di Eurythmics che non guasta mai; granulosa, potente, a un soffio dal raggamuffin  la seconda.

www.matadorrecords.com

www.catpowermusic.com

Foto: © Austin Conroy

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