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Love This Giant CD
David Byrne & St. Vincent
Byrne & Vincent
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David Byrne & St. Vincent - Love This Giant (4AD/Spin-Go!)

di Stefano Bianchi

Umore: BANDISTICO

Lui, 60 anni, è David Byrne: psycho-funkeggiatore all’epoca dei Talking Heads e poi gran cerimoniere del taglia-e-cuci etno/sperimentale. Lei, che di anni ne ha giusto la metà, è Annie Clark in arte St. Vincent: ex Polyphonic Spree e poi “chanteuse” nevrotico/visionaria. «Siamo una coppia di “freaks”. Innocui però», ha dichiarato. Che il destino fa incontrare nel 2009 alla Radio City Music Hall di New York, durante la serata benefit Dark Was The Night. È “feeling” a prima vista, corroborato dalla reciproca condivisione per tutto ciò che fa intellettualmente rima con art rock. Non vede l’ora, la neonata coppia, di mettersi alla prova: l’occasione giusta è l’Housing Works Bookstore Cafe nel quartiere di SoHo, che li invita a esibirsi per beneficenza. St. Vincent suggerisce l’idea di utilizzare una sezione fiati anziché il classico “rock ensemble”. David Byrne approva e ipotizza di comporre pezzi che ribadiscano l’efficacia del “brass concept”. Detto e fatto: lei se ne va in tour, ma fra una data e l’altra trova il tempo di scambiare con lui idee e musiche. Il 29 gennaio 2010, lui la raggiunge sul palco del Lincoln Center durante l’American Songbook e in seguito la inserisce fra le voci femminili di Here Lies Love, l’album dedicato alla filippina Imelda Marcos (moglie del dittatore Ferdinand).

La coppia, finalmente, riesce a convolare a giuste nozze musicali dandosi appuntamento ai Water Music Studios di Hoboken, New Jersey. Lentamente, puntigliosamente, in un tripudio di ottoni pedinati dal “drum programming” di John Congleton, ha preso così forma Love This Giant: 10 brani scritti insieme più due equamente divisi che colgono il succo saporito del “brass-centric sound” pensando alle bande militari, alle bande municipali italiane, a quelle di New Orleans, alle corali classiche, al rhythm & blues e al funk. Quest’ultimo, che rimbalza e colpisce come un “uppercut”, è il protagonista di Who. Discotecara e funkeggiante, Weekend In The Dust fa invece ruggire fiati R&B mentre la sgusciante Dinner For Two vede riaffiorare i primissimi Talking Heads di Don’t Worry About The Government. Gli ultimi (cioè quelli dell’album Naked), si rimaterializzano negli anfratti di I Am An Ape. Marcia tritatutto, Ice Age preannuncia gli ottoni che barriscono e le melodie dissonanti di The Forest Awakes. E se I Should Watch TV è un technopop acidulo, la danza schizoide di Lazarus e il tango bislacco di Lightning sono l’esatto contrario di Optimist (carezze pop) e di Outside Of Space And Time (melodia canaglia, sospesa fra riverberi sonori). Per finire in bellezza, con la partecipazione dell’Antibalas Afrobeat Orchestra e dei Dap-Kings, The One Who Broke Your Heart è pura, contagiosa energia afrocubana. Tutto, insomma, si risolve in un «very exciting!». Parola di David Byrne. Approvo e sottoscrivo.

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www.davidbyrne.com

Foto: Andreas Laszlo Konrath

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