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Joe Jackson - The Duke (EARmusic/edel)

di Stefano Bianchi

Umore: ELLINGTONIANO

Tutto si può dire di Joe Jackson (arrogante, permaloso, folle tabagista) tranne che non sia coerente con se stesso e con chi lo segue da una vita. Aveva 25 anni, l’inglese dello Staffordshire, quando nel 1979 riempì di pub rock gli album Look Sharp! e I’m The Man dando uno scossone alla prevedibilità di certa new wave. Salvo, poi, prender tutti in contropiede sentenziando che «il rock è morto» e facendo seguire alle parole i fatti reggae di Beat Crazy, lo swing adrenalinico di Jumpin’ Jive, l’omaggio a George Gershwin e a Cole Porter di Night And Day, il jazz chiaro e netto di Body And Soul. Da allora, Joe Jackson non ha mai avuto il benchè minimo ripensamento avvalorando il “de profundis” rockettaro a colpi di colonne sonore (Tucker), voli cameristici (Night Music), opulente sinfonie (Heaven And Hell), un’inaspettata Night And Day II al giro di boa del 2000, lo scheletrico Rain per pianoforte, basso e batteria. E stavolta? Ha selezionato 15 classici del suo jazzista favorito, Duke Ellington, e li ha reinventati in un tripudio pirotecnico di ritmi e sfumature musicali.

Inciso agli Avatar Studios di New York col contributo di lussuosi ospiti e fidati musicisti (il chitarrista Vinnie Zummo, la percussionista Sue Hadjopoulos), The Duke fa scorrere in bellezza gli strumentali Isfahan, Rockin’ In Rhythm e il “medley” di The Mooche e Black And Tan Fantasy (con la chitarra elettrica di Steve Vai per l’occasione tutt’altro che acrobatica), per poi incunearsi in un’avviluppante, funkettara Caravan affidata ai vocalizzi dell’iraniana Sussan Deyhim e rivisitare Perdido «in chiave samba/drum’n’bass» (parola di Jackson) con licenza portoghese a cura di Lilian Vieira del collettivo brasiliano/tedesco Zuco 103. Resettando il repertorio “ellingtoniano” in maniera contemporanea («Dio solo sa cosa The Duke potrebbe pensare di questo disco, ma mi piace credere che ascoltandolo da lassù, fra gli immortali, possa divertirsi»), il rischio è stato quello di farsi prendere la mano da una musica stile filodiffusione da consumare in sottofondo sorseggiando un cocktail: ascoltare ad esempio It Don’t Mean A Thing (If It Ain’t Got That Swing) con uno scherzoso Iggy Pop camuffato da “crooner”, oppure il blues di Moon Indigo pizzicato dal violino di Regina Carter. Ma in fondo sono piccolezze, ben bilanciate dall’efficacia funky & soul di I Ain’t Got Nothin’ But The Blues e Do Nothing ‘Til You Hear From Me (voce grintosa di Sharon Jones), dalla fusion a perdifiato con pianoforte honky-tonk di I Got It Bad (And That Ain’t Good) e dallo scat modello Manhattan Transfer che scandisce il rincorrersi di I’m Beginning To See The Light, Take The ‘A’ Train e Cotton Trail.

www.earmusic.co.uk

www.joejackson.com
 

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