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Out Of The Game Cd
Rufus Wainwright in piedi
Rufus wainwright al pianoforte
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Rufus Wainwright - Out Of The Game (Decca)

di Stefano Bianchi

Umore: RETRODATATO

È stato Mark Ronson, il produttore discografico che ha lanciato in orbita fior di voci femminili (Amy Winehouse, Adele), l’audace che s’è preso la non facile responsabilità di tenere a freno l’ego straripante di Rufus Wainwright. Missione compiuta, a giudicare dalla cristallina bellezza di Out Of The Game, il disco più spontaneo e meno ridondante del trentanovenne canadese. Finora, il divin Rufus aveva cantato come se dovesse ogni volta cavar fuori dal cilindro l’”evergreen” che ti fa restare lì, a bocca aperta. Prolisso per chi non riesce proprio a digerirlo, geniale per chi lo adora, aveva ostinatamente frequentato la “grandeur” orchestrale travestendosi da George Gershwin del pop. Intendiamoci, in carriera si è appuntato perlomeno 3 fiori all’occhiello: Want One (2003), Want Two (2004) e Release The Stars (2007). Dischi indubbiamente belli ma un pizzico algidi e melodrammatici, vocalmente in bilico fra un Thom Yorke meno stressato e uno Scott Walker meno "dark". Mancava, insomma, l’album “popular”, il meno possibile sopra le righe, senza troppi barocchismi addosso. Detto e fatto. Coadiuvato dal prode Ronson, Wainwright è uscito dai soliti (istrionici) giochi. E per farlo, si è ispirato agli Anni ‘70: quando la pop music, nelle mani compositive di Elton John, Harry Nilsson, Carole King e altri geni sfornava capolavori a raffica.

Jericho, stilosissima “ballad” con un’alchimìa di archi svolazzanti e fiati sbarazzini, è infatti innamorata pazza dell’Elton John di Honky Chateau; e Song Of You + Candles? Al colmo della delicatezza e del “savoir-faire” la prima canzone, solenne la seconda con un toccante finale di cornamuse. Altrove, invece, Wainwright si diverte col bianco e il nero: con un orecchio al blue eyed soul di Daryl Hall & John Oates e l’altro a Billy Joel (Out Of The Game); pillole funky che scivolano nel pop e nella lounge stile Burt Bacharach (Barbara); un frizzante rhythm & blues come Perfect Man. In questo affettuoso omaggio ai Seventies, non potevano poi mancare il glam rock alla Queen “shakerato” col white soul (Rashida); la gioiosità degli impasti vocali di Welcome To The Ball, intrecciata al vaudeville degli archi “beatlesiani” e degli ottoni; la muzak modello Abba agganciata all’estetismo degli Sparks (Bitter Tears); l’armonia ellittica di Montauk, che cita Philip Glass, pilotata da un pianoforte che scivola nel romanticismo; la placida country music di Respectable Dive (Neil Young “docet”), con tanto di chitarra “twangin’” e una puntura di swing; il folk acustico di Sometimes You Need, propenso a farsi avvolgere da incantevoli sinfonie. Sì, Rufus Wainwright è il più bravo di tutti.

www.deccarecords.com

www.rufuswainwright.com
 

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