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The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars
Ziggy Stardust Live
Photo Session David Bowie Ziggy Stardust
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CoolRewind - I migliori dischi della storia del Rock: David Bowie - The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars (1972, RCA)

di Stefano Bianchi

Umore: GLAM

Abile sanguisuga d’ogni stimolo sonoro, nel 1971 David Bowie capisce che è giunto il momento di rendere fertile il terreno predisposto con l’album Hunky Dory. Bisogna sfruttare al massimo l’intuito, giocare a carte scoperte, far lievitare le azioni della popolarità. Al Madison Square Garden di New York, assiste a un concerto di Elvis Presley memorizzandone la tecnica gestuale. Vuol diventare come “the Pelvis”, calamitare masse di giovani in delirio. Il secondo “input” va invece in scena alla Roundhouse di Londra, in una sera d’agosto. David è seduto in platea, mentre sul palcoscenico si sta consumando il “kitsch” di Pork, “pièce” teatrale liberamente ispirata alla Factory di Andy Warhol. Un sordido “happening” recitato dal transessuale Wayne County, da Tony Zanetta (nei panni di Warhol) e dalla “groupie” Cherry Vanilla. Bowie va in estasi, colpito al cuore da quell’elogio dei bassifondi newyorkesi. Le sue mosse, dunque, saranno equamente divise fra oltraggio e ambiguità sessuale. Spinti ai massimi livelli. La mimetizzazione, dovrà avere un nome e un cognome: Ziggy, dall’insegna di una sartoria intravista dai finestrini d’un treno; Stardust, da Legendary Stardust Cowboy, nome d’arte di un anonimo cantante country. In poco più di 1 anno, David si trasforma da “darling” dell’underground a "superstar" puntando su capelli corti e pel di carota, dosi massicce di “make up” a infarinargli il volto, abiti in bilico fra l’armoniosità del teatro Kabuki giapponese e gli eccessi da postribolo. Ziggy Stardust, ammicca all’estetismo di Oscar Wilde, al superomismo di Friedrich Nietzsche, al “flash” cromatico della Pop Art.

Gran parte dei pezzi di The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars, vengono ultimati prima dell’uscita di Hunky Dory nel dicembre ’71. Dal 9 settembre alle prime 2 settimane di novembre, i Trident Studios londinesi vedono nascere brani come It Ain’t Easy (scritta da Ron Davies), Hang On To Yourself, Moonage Daydream, Soul Love e Ziggy Stardust. La produzione è di Bowie e di Ken Scott, la band degli Spiders From Mars include Mick Ronson (chitarra e pianoforte), Trevor Bolder (basso) e Woody Woodmansey (batteria). Alcune canzoni (It’s Gonna Rain Again, Shadow Man, Only One Paper Left, Looking For A Friend) vengono scartate; nella prima “tracklist” dell’ellepì trovano spazio Round And Round di Chuck Berry, Port Of Amsterdam di Jacques Brel, Velvet Goldmine e Holy Holy (che strizzano l'occhio a Marc Bolan dei T. Rex), poi sostituite per il lotto definitivo da Starman, It Ain’t Easy, Suffragette City e Rock’n’Roll Suicide. Il risultato finale è un maestoso affresco dell’ambiguità che sprigiona decadentismo (Five Years, con l’inconfondibile ritmo lento-veloce-veloce della batteria; Moonage Daydream, marchiata a fuoco dalla folgorante “intro” della chitarra elettrica); chiaroscuri epico-sinfonici (la melodrammatica Rock’n’Roll Suicide); sterzate cabarettistiche (Soul Love e Star, quest’ultima accessoriata dai versi rivelatori “Potrei trasformarmi in una stella del rock’n’roll/È così invitante, così eccitante recitare la parte”), pop di cristallo (Ziggy Stardust, Lady Stardust e Starman, melodia “bowiana” fra le più contagiose in assoluto) e rock ultrasonico (Hang On To Yourself, Suffragette City). Disco imprescindibile. Rivoluzionario ieri, modernissimo oggi.

www.davidbowie.com

www.bowiewonderworld.com

Foto: Debi Doss/Getty Images


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