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The Stranglers - Giants (earMUSIC/edel)

di Stefano Bianchi

Umore: VELENOSO
 
Anch’io sono inciampato nel peggio del punk inglese, facendomi abbindolare da Sex Pistols e compagnia intronata di voci, chitarre, tutto. Ma mi sono rialzato quasi subito: giusto il tempo di pizzicare quella Great Rock’n’Roll Swindle, accorgermi di quant’era patetica, salvare dall'obbrobrio Clash e Jam e fare un rapido dietrofront. Certi miei coetanei, invece, si son goduti la presa per i fondelli da quando è nata (1976) a quando è passata a miglior vita (1979). E non si sono mai più ripresi, poveracci. Quel benedetto dietrofront è stato merito degli Stranglers. Nel ‘77, anno topico del Punk Movement, compro 2 ellepì: quello degli “strangolatori”, intitolato Rattus Norvegicus; e quello dei Damned, stupidamente triplicato in Damned Damned Damned. Metto sul piatto del giradischi quest’ultimo, e a malapena riesco ad ascoltarne 4 o 5 pezzi. Passo a Rattus Norvegicus e scopro che il punk non è solo un’accozzaglia di schitarrate e urla belluine. Anche gli Stranglers fronteggiano a muso duro il Sistema: però lo tramortiscono con l’ultrarapidità di assoli ben strutturati, col suono “démodé” di una tastiera che ricorda i Doors, con un canto possente e rivoluzionario. Fra rock fangoso, blues dei bassifondi e incursioni “dark”, quell’album che sintetizzava il succo “intellettuale” del punk senza allinearsi ai facili “escamotages” di sputi e spille da balia, è tutt’oggi fra i miei preferiti.

Ho continuato a seguire gli Stranglers negli Anni ‘80 e ‘90, passando dal deflagrante No More Heroes allo sprezzante Black And White; dal mitteleuropeo The Raven agli estetizzanti La Folie e Feline. Ho metabolizzato le loro “défaillances” e applaudito il rinnovato fuoco creativo di Norfolk Coast. E adesso che il “revival” tocca qualche reduce della new wave, in prima fila ci sono anche loro col diciassettesimo disco: Giants. Insieme a Jean-Jacques Burnel (basso), Jet Black (batteria) e Dave Greenfield (tastiere), dal 1990 non c’è più il vocalist e chitarrista Hugh Cornwell che è stato sostituito da John Ellis, Paul Roberts e (pare in modo definitivo) da Baz Warne, che sia in studio sia dal vivo s’alterna al canto con Burnel. Spesso giostrato sul “mainstream” (ma con le proverbiali gocce di veleno rock che spiazzano) l’album inizia con lo strumentale Another Camden Afternoon: basso pulsante, chitarra “bluesy”, svisate d’Hammond e un “refrain” che ricorda il Peter Gunn Theme di Henry Mancini. Freedom Is Insane, invece, si palesa in stile Comfortably Numb dei Pink Floyd per poi evolversi in un corposo rock, mentre Lowlands ingloba tentazioni heavy e vezzi progressive. E se Boom Boom vola oltreoceano dettando un country-rock niente male e la felpata My Fickle Resolve s’insinua a sorpresa nel jazz, Time Was Once On My Side procede a strappi masticando funk e rock, Mercury Rising svela propensioni reggae e Adios (Tango) è un “divertissement” dalla scorza elettronica e dalla polpa elettrica. Bentornati.

www.edel.it

www.thestranglers.net

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