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Mick Jagger
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SuperHeavy - SuperHeavy (A&M/Universal)

di Stefano Bianchi

Umore: MULTIETNICO

Ha combinato le cose in grande, Mick Jagger, architettando col chitarrista ed ex Eurythmics Dave Stewart il gruppo “extralarge” dei SuperHeavy. Multietnici, includono la “soulgirl” inglese Joss Stone (che nel 2004 collaborò proprio con Mick & Dave alla stesura della colonna sonora del “remake” del film Alfie), il vocalist giamaicano Damian Marley (figlio del sempiterno Bob) e A.R. Rahman, detto “il Mozart di Madras”, compositore indiano vincitore nel 2008 di 2 Oscar (miglior colonna sonora e miglior canzone, Jai Ho) per The Millionaire. Caracollando di studio in studio da Los Angeles al sud della Francia, da Cipro alla Turchia fino a Miami, ai Caraibi e infine a Chennai, in India, il quintetto ha costruito pezzo su pezzo SuperHeavy e adesso ne sbandiera tronfio i primati: 22 canzoni composte nei primi 6 giorni, 35 ore complessive di musica registrata più un’infinità di corroboranti “jam sessions”. Dopodichè, screma tu che scremo io, ecco i 12 brani finali (che diventano 16 nella “deluxe edition”) di questo disco zeppo di colori e di esotismo che ha il bel vizio di saltar di palo in frasca sovrapponendo e frullando umori, generi, stili e il viziaccio d’esser qua e là un po’ bulimico. I Fab Five, cioè, condividono tutto con onestà e professionalità; eppure ogni tanto danno singolarmente l’impressione di voler strafare, e collettivamente di metter troppa carne al fuoco.


Ma veniamo ai dettagli. Pensando a Mick Jagger, se cercate aria di Rolling Stones ne troverete tutt’al più qualche spiffero: nel rock trascinante di I Can’t Take It No More che riaccende il ricordo di Undercover Of The Night e nella semiacustica ballata, stile Wild Horses, di Never Gonna Change. Il reggae, corteggiato dagli Stones all’epoca di Black & Blue (1976) e dallo stesso Mick, quando nel ’78 intonò Don’t Look Back insieme a Peter Tosh, si svela sporco e urticante (Unbelievable), spensierato e pop (Miracle Worker), denso e burroso (Beautiful People), mentre fra le canzoni più multietniche spiccano la magmatica SuperHeavy che fila dalla world music fino al rock; il supersonico ragamuffin di Energy, infarcito di chitarre muscolari; One Day One Night, ballata con un pizzico di Bollywood. Pollice verso, invece, per la folkeggiante Satyameva Jayathe, fracassona e di grana grossa, cantata in urdu da tutta la compagnia.  L’impressione, a fine ascolto, è di aver fatto una gran scorpacciata rischiando l’indigestione. Ma niente paura: il ruttino, liberatorio, sottintende che questo disco è più bello di tutti gli album solisti di Mick Jagger messi insieme.

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